Hanormale – Reborn In Butterfly

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Gli Hanormale, progetto di Arcanus Incubus (personaggio molto attivo nella scena nostrana, già in Mystical Fullmoon e EXM93), che si avvale della collaborazione di vari ospiti, ci hanno abituato fin dal loro esordio “Oni Monogatari” del 2010 ad una musica non convenzionale, che mescola liberamente un black metal di matrice vagamente industrial alle più svariate influenze, che vengono lasciate colare senza impedimenti di sorta in un calderone di idee dal sapore avanguardistico, con buona pace di tutti i sostenitori della coerenza true a tutti i costi (che cosa implichi esattamente questo concetto in realtà ancora non mi è chiaro). La vena sperimentale si è addirittura rinvigorita nel successivo, folle guazzabuglio weird che risponde al nome di “Amaterasu Omikami” del 2015, e non accenna a placarsi in quest’ultimo “Reborn In Butterfly”, terza fatica sulla lunga distanza, edito in elegante formato digipack dalla sempre attenta Dusktone, che abbandona in parte il concept legato alle antiche leggende e al folclore giapponese, molto più pregnante nei due dischi precedenti, ma non recede di un millimetro dal proposito di essere un fluido e cangiante caleidoscopio dove si incontrano estremi musicali apparentemente assai distanti tra loro, in un contesto di grande naturalezza, tenuto insieme da una tecnica compositiva ed esecutiva davvero invidiabili.

La composizione dei pezzi segue un percorso sui generis, che parte da sequenze ritmiche fondamentalmente improvvisate, alle quali vengono successivamente aggiunte linee strumentali, voci, effetti vari ed arrangiamenti. Tutto nasce da strutture ritmiche liberamente create da Mox Christadoro (uno dei collaboratori di cui si è avvalso il mastermind Arcanus Incubus su questo disco), ispirate dalla lettura di parole estrapolate casualmente dal dizionario italiano e suddivise in sillabe, la cui scansione fonetica viene riprodotta sotto forma di suoni attraverso batteria e percussioni. Un modus operandi affascinante, che consente alla band di dare vita ad un caos raffinato, lontano anni luce dalla pura bestialità black metal, eppure allo stesso modo feroce, ermetico ed estremo nella sua ferma volontà di rompere schemi e stereotipi consolidati, senza mai spogliarsi di un abito eclettico e sperimentale che renderà il lavoro inevitabilmente ostico per molti ascoltatori. Il viaggio parte con “It Is Happening Again”, omaggio strumentale a David Lynch e Marck Frost, che riproduce in chiave black metal un tema musicale di Angelo Badalamenti, usato in “Twin Peaks”. E come quella nota serie era piena di misteri e suggeriva l’esistenza di mondi paralleli alla realtà quotidiana e tangibile, così questa canzone ci introduce in un universo musicale che ha proprio nella doppiezza, nel contrasto e nell’inafferrabilità le sue caratteristiche principali. “Like A Hug, Darkness Embrace Us All” è uno dei picchi del disco: enigmatica e sulfurea, alterna con efficacia fughe dal sapore jazz/progressive a momenti di autentica rabbia black, calmierati da ottime linee di tastiera, chiamando in causa di volta in volta acts come Arcturus, Ved Buens Ende, DHG, Ulver e Vintersorg. Ma tutte queste influenze sono semplici suggestioni che la band recupera, mastica, demolisce e risputa, restituendoci un amalgama multiforme e spigoloso, che è qualcosa di diverso dalla semplice somma degli elementi che lo compongono. Fa la sua comparsa, in questa come in altre canzoni, anche il sax, strumento decisamente notturno che tesse trame oniriche ed evocative, sospese tra cielo e terra ma ben inserite nel contesto generale: la mia mente di ascoltatore onnivoro l’ha associato immediatamente ad alcune cose del David Bowie più astratto e sognante, e non credo che si tratti di un accostamento tanto azzardato. Non è l’unico strumento inusuale suonato nell’album: ad esempio in “Hakuzosu” Jeko, proveniente dalla band industrial Progetto Sperimentale Infonebbia, suona la “sfera6”, percussione realizzata a mano, dal suono particolarmente riverberato e rituale, conferendo un’atmosfera da fiaba nera al pezzo, che racconta l’antica leggenda giapponese di una volpe che si vendica di un cacciatore il quale, travestito da monaco, aveva ucciso i suoi cuccioli.

Altra perla del lavoro è “Satan Is A Status Symbol”, che già dal titolo sembra voler programmaticamente prendere le distanze da certi abusati luoghi comuni tanto cari al metallo nero: anche qui l’alternanza tra pieni e vuoti, tre luci ed ombre la fa da padrone ed è rieccheggiata dal contrasto tra screaming ed una voce pulita particolarmente impostata e teatrale, ulteriormente enfatizzata da ritmiche che nelle strofe assumono un andamento quasi orientaleggiante. Il percorso che ci propone “Reborn In Butterfly” è decisamente tortuoso e non risparmia deviazioni impervie ed inaspettate: “Human” ci soffoca con i suoi rallentamenti claustrofobici al limite del death/doom; “Candentibus Organis” ci porta a spasso tra le nuvole con il suo flavour quasi operistico; “Al Tanoura” ci sorprende con i suoi squarci tribali e gli inserti elettronici; infine “Requiem For Our Dead Brothers” ci culla con dolci e meste note di pianoforte. Da citare anche “Ghettoblaster Black Metal”, l’episodio più violento e canonicamente black del lotto, che recupera per qualche minuto un approccio “in your face” alla Marduk: il testo è un’ironica e nostalgica rievocazione di luoghi ed usanze dei pochi iniziati al black metal nella Milano della seconda metà degli anni novanta, nel tentativo di catturare un certo tipo di atmosfera che oggi, con la definitiva consacrazione commerciale del genere, sembra essere del tutto sparita (e allora perché continuare a riproporre i medesimi stilemi? Meglio abbandonarsi alla ricerca di nuove forme espressive che conservino l’attitudine musicalmente integralista di quell’epoca; questo in definitiva pare essere il “messaggio” del disco). Nonostante le molte parole spese è arduo per il sottoscritto riuscire a rendere l’idea dell’altalena emozionale provocata dall’ascolto di questo “Reborn In Butterfly” che, al netto di qualche eccessiva lungaggine forse evitabile (ad esempio la ridondante narrazione di “Rare Green Areas”, che ci offre comunque uno spaccato di squallida vita metropolitana), rappresenta sicuramente la miglior prova di un gruppo che non si è mai curato troppo di essere fedele a questo o a quel genere quanto piuttosto di lasciar esondare senza barriere la propria vena creativa, come un fiume in piena: e questo, in un panorama underground (e metal più in generale) più che mai asfittico e letargico è indice di coraggio, maturità e consapevolezza dei propri mezzi.