Beorn’s Hall – Estuary

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Beorn, il mutapelle, personaggio creato dal buon Tolkien e presente soprattutto nella saga de “Lo Hobbit”, dove viene descritta alla perfezione la sua dimora (Beorn’s Hall); ecco da dove deriva chiaramente il moniker del duo americano proveniente dal New Hampshire che, formatosi nel 2016, con questo album arriva alla seconda fatica in studio. “Estuary” è un concentrato di classico black metal old school con una forte contaminazione atmosferica ed epica: l’ascolto di tutto il full length in questione non è stato di certo facile e d’immediata assimilazione; infatti non ci troviamo davanti a nulla di nuovo ma la carne al fuoco, con composizioni della durata media di oltre sei minuti e mezzo, è tanta. Il tutto non è agevolato da una produzione che a mio parere poteva essere migliore garantendo un risultato globale più piacevole e accessibile. Se si dovesse chiudere qui la recensione l’interlocutore penserebbe: “vado oltre senza concedergli una possibilità”. Niente di più sbagliato! Citando Gandalf nei confronti di Bilbo nel romanzo “Lo Hobbit”, quando quest’ultimo gli chiede se Beorn fosse un pellicciaio, “il grigio” rispose: “Non essere sciocco, signor Baggins; e per carità non pronunciare di nuovo la parola pellicciaio a meno di cento miglia di distanza dalla sua casa, e neanche tappeto, cappa, stola, manicotto, o altre disgraziate parole dello stesso genere! È un mutatore di pelle…”.

Il valore aggiunto di “Estuary” è quello di stupire ascolto dopo ascolto: dopo i primi ostici approcci all’opera, ogni qual volta si preme il tasto play i singoli brani ci trasportano in differenti ambienti dello stesso mondo fatato di cui fanno parte, catapultandoci prima nella corte di un gran maniero illuminata da torce di fuoco, con giocolieri intenti ad allietare il loro Re (la titletrack, che parte con un motivo medievale che si stampa subito in testa, per poi diventare un epicissimo mid tempo), oppure in riva ad un ruscello in un bosco, con tanto di corvi che svolazzano sopra la nostra testa senza prometterci nulla di buono (l’ipnotica “Call To Ravens”). Ma c’è tempo pure per un salto all’osteria del villaggio, pausa meritata in questo nostro lungo e magico viaggio, dove si festeggia con birre e balli popolari (“The Nurturing Soil) mentre “Blood For Wotan è un vero e proprio inno di battaglia.

In “Estuary” si passa da soffuse melodie acustiche e canti evocativi a sfuriate di blast conditi da harsh vocals, facendoci capire che questi ragazzi sono cresciuti a pane, metallo e con l’accoppiata malsana Varg Vikernes-Quorthon. Dicevamo, nulla di nuovo e nulla di originale, ma chi ne è alla ricerca non starebbe leggendo queste righe: qui si parla di black metal, di fiamma nera che brucia tra le mani di un templare sul suo destriero; a noi delle novità interesserebbe poco se tutti gli album di matrice epic in uscita avessero questa qualità. I Beorn’s Hall sono promossi e la trasformazione in orso nero è riuscita.