Rotting Christ – The Heretics

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Sin da subito il 2019 si è presentato come il naturale prosieguo del 2018, con dischi in uscita niente male in termini di aspettative e curiosità, e se nel 2018 la Grecia ha avuto un ruolo importante nelle uscite discografiche estreme, soprattutto grazie a dischi stupendi come “Patriarchs Of Evil” dei Varathron e “The Order” dei Lucifer’s Child su tutti, senza ombra di dubbio uno dei più acclamati ritorni in questi primissimi mesi del 2019 è quello dei conterranei Rotting Christ, che con il nuovissimo “The Heretics” avranno il compito non facile di proseguire il trend positivo che va avanti da “Theogonia” ed essere all’altezza dei dischi delle due bands connazionali succitate (senza contare l’ennesimo ottimo lavoro degli Acherontas). Da trent’anni artefici nell’alimentare la fiamma più nera e occulta e forti dall’ormai ultradecennale rapporto con la Season of Mist, i nostri questa volta si presentano in una veste ancora più teatrale e cupa, continuando a solcare la strada intrapresa dai dischi precedenti e aumentandone esponenzialmente la dose di sinfonia, melodia e oscurità, considerando pure la tematica trattata, ossia quella delle eresie nel senso più ampio del termine. Con queste premesse verrebbe l’acquolina in bocca a tutti gli amanti della musica del diavolo, se non fosse che, prima di dare giudizi dettagliati, è il caso di soffermarsi su più ascolti, necessari ad addentrarsi meglio in questo sinistro lavoro del combo ateniese. Difficile pensare a un qualcosa di differente da un ottimo disco considerando che i primi tre singoli estratti, ossia “Fire, God And Fear”, “Heaven And Hell And Fire” e soprattutto “The Raven”, sono state per le nostre orecchie delle autentiche bordate, con riff compassati, le harsh vocals di Sakis sempre più incazzate e quelle linee melodiche ed epiche che stanno facendo la fortuna dei nostri da ormai svariati studio album. Ma un libro si legge dalla prima all’ultima pagina: ed in effetti la partenza affidata a “In The Name Of God” ci fa avvalorare l’ipotesi di avere un grande disco tra le mani, con il suo riffing serrato, tagliente e violento, con un drumming al limite del tribale che ci accompagnerà per tutto il disco, e aperture melodiche di chitarra che rendono alcuni passaggi al limite dell’etereo. Un incipt di batteria marziale introduce la seguente “Ветры злые” e ci conferma un grande lavoro ritmico e sinfonico, abbellito ulteriormente da qualche latente coro stile “Carmina Burana” e voci femminili che vanno ad infrangersi contro il violento up tempo ed i riff affilati come spade. Ma è tutto oro ciò che luccica? Purtroppo no. Le composizioni sono belle e compassate, i primi tre singoli estratti e queste due song in apertura non fanno una piega, e se il disco si fosse mantenuto su questi livelli staremmo parlando, se non di capolavoro, sicuramente di un ottimo album. Con gli ascolti si nota tuttavia che i punti deboli ci sono, eccome, e hanno nomi e cognomi. “Hallowed Be Thy Name” o “Dies Irae” sono esempi lampanti di ciò che sto cercando di esprimere: canzoni che sembra ricoprano un ruolo che va oltre l’essere un filler; un mero compitino che lentamente si trascina, invitando l’ascoltatore a schiacciare il tasto skip il più velocemente possibile.

L’eccessiva ricerca di soluzioni atmosferiche con uno spropositato utilizzo di cori barocchi, voci eteree e narrate, complice soprattutto un riffing ripetitivo al limite del loop, crea un circolo vizioso dove i brani tendono ad assomigliarsi l’uno all’altro perdendo, oltre che l’impatto, quel classico mood a cui la band ci ha abituato negli anni recenti. Un brano come “Πιστεύω” è di un’inutilità e bruttezza disarmanti, anche se si presume che il suo intento fosse quello di “ipnotizzare” l’ascoltatore con il giro di chitarra ripetuto all’infinito e un coro in greco antico in sottofondo. Così come la violenta “The New Messiah” che, nonostante l’impatto sonoro, risulta essere piatta e noiosa al limite del banale. È palese come la band voglia proseguire lungo una strada mistica e occulta, continuando ciò che di buono è stato fatto negli ultimi dodici anni, attingendo in maniera esponenziale da quel gioiello di disco che porta il nome di “Aealo” (da notare che in quest’ultimo figurava “Fire, Death And Fear” mentre qui troviamo “Fire, God and Fear”), con soluzioni guerrafondaie di matrice epica, ma riuscendo nel suo intento solamente in minima parte.

In definitiva “The Heretics” non è un brutto disco e può contare su una manciata di buoni brani (per l’esattezza cinque) e soprattutto su “The Raven”, canzone dalla classe oscura sopraffina ma effettivamente unico pezzo da novanta di tutto il platter che si lasci ascoltare e riascoltare. Questa volta possiamo parlare di mezzo passo falso da parte di Sakis e compagni, in quanto, su dieci pezzi, la metà sono totalmente trascurabili, con un paio di questi episodi al limite del fastidioso e dell’imbarazzante per una band di questo spessore. Se stessimo parlando di un altro gruppo forse il giudizio sarebbe meno severo ma qui abbiamo a che fare con i Rotting Christ che, per esperienza e capacità, non dovrebbero essere secondi a nessuno, ma stavolta, col cuore infranto, è doveroso dire che i loro colleghi connazionali citati in apertura hanno fatto decisamente di meglio con le loro ultime uscite. Con la speranza che si tratti solo di una battuta d’arresto in una carriera che, se ha avuto delle ombre, è stata anche costellata da diversi capolavori seminali del metal estremo, non possiamo che dare una sufficienza a questo disco, in quanto la qualità compositiva resta nel dna della band ed una manciata di episodi positivi fanno capolino, nonostante non aggiungano nulla di nuovo alla loro nutrita discografia.