À Répit / Inféren / Malauriu / Vultur – Teschi Ossa Morte

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Esce in formato vinile 12” e in edizione limitata a trecento copie, grazie ad uno sforzo collaborativo tra le stesse bands e numerose etichette italiane attive nel sottobosco underground, questo “Teschi Ossa Morte”, quadruplo split che vede coinvolti appunto quattro gruppi italiani dediti, ciascuno a suo modo, ad un black metal old school, che in questa occasione viene variamente declinato, senza tuttavia mai allontanarsi da sentieri ampiamente battuti da altri in passato e da sonorità ben note all’appassionato, dando comunque vita ad un lavoro che, a conti fatti, risulta sufficientemente professionale sotto il profilo della registrazione ed accattivante per quanto riguarda la confezione: insomma, lo dico subito, “Teschi Ossa Morte” è la classica uscita di culto, pensata e realizzata per soddisfare gli appetiti dei più insaziabili collezionisti di chicche di questo tipo; ma è anche una testimonianza dell’attuale stato di forma del black metal underground tricolore, qui rappresentato da gruppi che coprono una discreta parte del territorio nazionale, facendo capire come, da nord a sud (isole comprese, come diceva una famosa pubblicità), vi sia ancora spazio, pur magari con molte difficoltà, per suonare quella che, nonostante tutto, resta ancora la forma di metal estremo più legata ad un certo tipo di attitudine fieramente “do it yourself”. Ad aprire le danze sono gli À Répit, duo valdostano/piemontese attivo da qualche anno e con alle spalle il debutto sulla lunga distanza “Magna Leggenda”, pubblicato nel 2017.

Uno screaming stridulo e maligno ci introduce senza troppi preamboli nell’universo musicale della band nostrana, fatto di ghiaccio, cime innevate, antiche leggende alpine e riff sferzanti, al tempo stesso intrisi di drammatica nostalgia: tra un richiamo ai Taake ed uno agli Emperor, i due pezzi degli À Répit scorrono che è un piacere, alternando alle frustate chitarristiche passaggi più evocativi ed intimi; il tutto funzionale alla celebrazione di un sentimento di appartenenza alla cultura popolare ed alla natura selvaggia e maestosa delle alpi: non conoscevo la band e questo primo impatto è stato per me decisamente soddisfacente. Seguono i lombardi Inféren, che proprio lo scorso anno hanno rilasciato il loro omonimo full length di debutto, del quale nei due pezzi qui presenti riprendono le atmosfere oscure ed infernali, il riffing serrato ed il sound granitico ma al tempo stesso melodico, legato a doppio filo a gruppi come Marduk e Setherial.

Tra le due canzoni presenti, entrambe furiose e monolitiche, ho gradito soprattutto la sulfurea e scatenata “Descensio Ad Inferos”, come da titolo una vera e propria calata negli abissi dell’averno, senza possibilità di ritorno, dove il cantato particolarmente duro e potente del nuovo entrato Enyalios (già nei Werewolf Satan) fa la sua ottima figura. È quindi la volta dei siciliani Malauriu, ensemble che è stato molto attivo specialmente negli ultimi due anni e che nel 2018 ha pubblicato il buon ep “Morte”.

Tra tutti i gruppi coinvolti in questo split i Malauriu sono senz’altro quello più legato ad una forma di black metal necrotico e primordiale, alla Mayhem prima maniera per intenderci. Le due canzoni qui presenti sono davvero vorticose e non lasciano praticamente spazio ad alcun rallentamento, proprio sulla scia del citato loro ultimo lavoro: i Malauriu bramano sangue e distruzione ed esprimono questa loro urgenza di uccidere attraverso una bestialità caotica e blasfema, senza però disdegnare un generale tocco orrorifico, che di certo non guasta. Chiudere il quartetto è compito che spetta ai sardi Vultur, altro gruppo del quale non avevo avuto finora modo di ascoltare nulla, benché sia attivo da oltre dieci anni (mea culpa).

Anche la Sardegna, come del resto la Sicilia, è stata ed è fucina di molte valide realtà dedite al black metal più puro ed intransigente e mi pare che i Vultur si inseriscano a buon diritto in quella che è la nobile tradizione estrema dell’isola, ammantata da un alone di misticismo oscuro che richiama il ricco folklore popolare del luogo. Il pezzo che propongono i nostri, “Animas Dannadas”, è una lunga cavalcata di quasi dodici minuti di durata, cantata in dialetto, che si snoda attraverso riff veloci e distruttivi a cavallo tra thrash primordiale e black metal nordico, costantemente in tensione tra furia nichilista ed oscurità esoterica: un turbine impetuoso che potrebbe riportare alla mente i primi Watain ed ancora di più i tedeschi Katharsis, un vero maelstrom di blast beats, che nella parte finale lascia spazio ad un’articolata coda strumentale che si conclude con un lungo assolo slayeriano ed heavy davvero ben concepito e riuscito. In conclusione, e dopo diversi ascolti, non si può che ribadire quanto espresso ad inizio recensione, ovvero che siamo di fronte ad un disco fatto da appassionati e dedicato esclusivamente agli appassionati: nessuno dei gruppi coinvolti in questa collaborazione collettiva ha velleità sperimentali o pretende di reinventare il genere, ma tutti e quattro riescono a fornire la loro (quanto più) personale interpretazione di un nucleo musicale e concettuale che in ogni caso li accomuna, raccogliendo idealmente il testimone di chi li ha preceduti e scrivendo così le loro righe nel libro, comunque corposo, dell’underground metallico italiano. Né più né meno che tre quarti d’ora abbondanti di black metal vecchio stampo. Se già conoscete le bands in questione, avrete una conferma delle loro potenzialità; in caso contrario, questa potrebbe essere una buona occasione per accostarsi ad esse, magari andando poi a recuperare i loro precedenti lavori (cosa che personalmente cercherò di fare per quanto riguarda gli À Répit e i Vultur).