Beorn’s Hall – In His Granite Realm

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Citando Gandalf nei confronti di Bilbo nel romanzo “Lo Hobbit”, quando quest’ultimo gli chiese se Beorn fosse un pellicciaio, “il grigio” rispose: <Non essere sciocco, signor Baggins; e per carità non pronunciare di nuovo la parola pellicciaio a meno di cento miglia di distanza dalla sua casa, e neanche tappeto, cappa, stola, manicotto, o altre disgraziate parole dello stesso genere! È un mutatore di pelle…>”. Con queste frasi raccontavamo poche settimane fa Beorn, personaggio creato dal buon Tolkien e presente soprattutto nella saga de “Lo Hobbit”, nella recensione di “Estuary”, seconda fatica dannatamente ben riuscita della band del New Hampshire che, a distanza di appena un anno, si riaffaccia sul mercato con un nuovo e ambizioso lavoro. Un anno è quanto questi vichinghi americani hanno impiegato a scrivere questo disco: poco tempo, ma in effetti in un anno possono succedere tante cose, così come appunto capitato ai Beorn’s Hall, che hanno perso un componente fondamentale della band ovvero Michael J. Cook (r.i.p.). Senza perdersi d’animo per il grave lutto, i restanti si sono rimboccati le maniche e hanno portato a compimento un altro elaboratissimo capitolo della loro saga, che era parecchio atteso visto l’interesse suscitato dal suo predecessore. Il terzo album degli americani, “In His Granite Realm”, continua il percorso di progressione che aveva intrapreso “Estuary”, anche se c’è da sottolineare che non si ha tra le mani una copia bensì il naturale prosieguo del precedente lavoro, che cerca di ottimizzarne alcuni aspetti ma ne lascia per strada altri. E purtroppo, dopo svariati ascolti, arrivano le note dolenti, ma non distruttive, per fortuna. Infatti se sul predecessore si era ammirata la vena compositiva della band che, seppur non inventando nulla, era riuscita a creare un mix di black/death old school coniugato in maniera eccellente con spunti epic e viking, creando un ibrido che prendeva a piene mani dal calderone più maligno di Bathory, Burzum e di tutta la vecchia scuola nordica; in questo nuovo capitolo discografico alcuni di questi tratti distintivi si affievoliscono. Il death metal più primitivo prende il sopravvento, con un retrogusto doom più grezzo e senza fronzoli, a discapito della matrice black che ora è sempre più defilata, e questo fa perdere qualcosa in termini di impatto e dinamismo. Di sicuro gli eventi tragici che la band ha attraversato in quest’ultimo anno avranno influito non poco circa l’orientamento verso sonorità più pesanti e dilatate, con la perdita di quei riff affilati tipici del black che avevano caratterizzato “Estuary”, rendendo il lavoro più riflessivo, pachidermico nel suo scorrere e di complessa assimilazione. Queste parole non devono assolutamente far pensare che abbiamo tra le mani un disco non buono, tutt’altro: semplicemente questa volta il lato più solare dei Beorn’s Hall viene meno a favore di una luce cupa, come dopo un forte temporale si hanno quei spiragli di sole che tentano di spaccare il cielo tra una nuvola e l’altra, ma basta giusto un attimo perchè si passi dalla luce alla tenebra più nera e maligna. “To Ride At Midnight” è esempio chiaro e calzante di quanto appena detto: il suono di flauti da festa e i cori eterei fanno da contraltare a un riffing tipicamente death/thrash, che si trasforma in quiete nel break acustico, e torna tempesta con una sferzata di black senza compromessi, che punta a distruggere tutto ciò che trova, ed infine sfuma di nuovo nella luce con suoni da festa di paese.

La tracklist è complessa: sei tracce, di cui due strumentali poste una a metà scaletta e l’altra in chiusura, necessarie a creare atmosfera e pathos, oltre alle quattro canzoni vere e proprie del disco, che assumono una forma sfaccettata con il loro minutaggio elevato (ognuna tra i dieci e i tredici minuti), contenendo al proprio interno un mini viaggio per terre e lande desolate, sino ad arrivare a sentieri incantati che portano, alla fine del viaggio, al cospetto di Baldr, secondogenito di Odino, divinità della benevolenza, ormai destinato a morte certa. Il percorso è tortuoso ed ha inizio con “Distant Torches”, death/doom song dove il lato più lento e pesante della band fa capolino, accompagnato da chitarre sognanti e da un growl cavernoso e riluttante, utilizzato per gran parte del disco, mentre lo scream angosciante fa la sua comparsa solo verso la fine del brano, per dare dinamicità alla composizione che sfocia, dopo un finale in dissolvenza, in “Old Men Of The Mountain”, altra canzone dal flavour doom/death, che si trasforma in una tipica black metal song fortemente ancorata agli anni novanta, a quelle origini perverse e malate del genere, concedendo pochi spazi a riferimenti melodici ma sprigionando la rabbia che la band ha accumulato in quest’ultimo anno. “To Ride At Midnight” è un pezzo ambizioso, come ampiamente descritto, che racchiude in sé il leitmotiv del disco ed apre le porte a “In His Granite Realm”, titletrack angosciante, dove il viking incontra il death lasciando spazio a vari stili di vocals, dallo scream più lacerante, al growl alle harsh vocals che invocano vendetta. Tenendo fede al loro moniker i Beorn’s Hall in questa nuova fatica hanno mutato pelle, senza stravolgerla, restando comunque ancorati alla matrice anni novanta della loro musica, ma facendo pendere l’ago della bilancia maggiormente sulle influenze death piuttosto che su quelle black, preponderanti nel precedente disco. La scelta di articolare il lavoro in meno tracce più lunghe e complesse tuttavia non si rivela completamente efficace perché alcuni episodi risultano macchinosi e fin troppo articolati, penalizzando l’immediatezza delle soluzioni e costringendo chi ascolta a soffermarsi su ogni singolo pezzo dedicandogli più ascolti al fine di capire quali sono effettivamente tutte le maglie che lo compongono.

Ulteriore scelta (non sappiamo se forzata, vista la prematura scomparsa del compagno d’avventura M.J. Cook) è il raro utilizzo delle clean vocals, che erano piaciute molto su “Estuary” e che qui vengono davvero ridotte al minimo in favore di un growl e di uno scream che onestamente non convincono del tutto. “In His Granite Realm”, al netto dei difetti evidenziati, risulta essere comunque un buon disco, con spunti interessanti che fanno dei Beorn’s Hall una delle realtà oltreoceano più promettenti in questa nicchia di genere, e di sicuro con grandi margini di miglioramento e crescita. Con canzoni più brevi e snelle e un migliore utilizzo delle vocals, con l’incremento di clean e cori, avremmo assegnato di sicuro qualche punto in più, ma la strada è quella giusta e i Beorn’s Hall sono pronti per presentarsi davanti a Odino con forza e personalità.