Werian – Animist

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I Werian si sono formati nel 2009 in terra tedesca ma esordiscono solo oggi con il loro primo full length, dopo una manciata di demo e, caratteristica non trascurabile, sono totalmente fuori di testa. Punto e a capo. Una descrizione che racchiude in sé tutto e niente e potrebbe essere comune a svariate centinaia, se non migliaia, di altre bands sul pianeta. Tuttavia, nonostante non sia mediamente attratto dal genere proposto da questo trio tedesco, già dalla bellissima e perversa cover art, ho avuto un richiamo nell’ascoltare questo disco, che mi ha conquistato lentamente con il suo turbine di emozioni contrastanti e pulsanti. Il termine Werian è una vecchia espressione tedesca che identifica l’atto con il quale l’uomo si trasformava in un lupo mannaro, indossando pelli di lupo e praticando rituali sciamanici sotto l’uso di farmaci psichedelici. Se poi ci soffermiamo sul titolo del disco, “Animist”, scopriamo che quella animista era la più antica credenza religiosa del mondo, precedente tutte le forme di religione organizzata e contenente la più antica prospettiva spirituale e soprannaturale mai esistita. Pertanto si parte con l’ascolto di questo disco, formato da tre sole lunghe tracce per una lunghezza complessiva di quarantacinque minuti, con delle certezze in merito al concept ed alla supposizione circa l’instabilità mentale-compositiva di questi pazzerelli bevitori di birra.

I Werian inanellano tre quarti d’ora di pura follia uditiva ed emozionale che, se all’inizio non si capisce dove voglia andare a parare, lentamente prende forma, strisciando come un serpente nella sabbia baciata dal sole rovente, arida e fastidiosa, fino ad addentrarsi lentamente in un bosco fresco e ombreggiato, trasformandosi in un lupo. La combinazione dei vari elementi naturali prende in considerazione dapprima terra e fuoco, lasciando da parte in un primo momento aria e acqua, che diventeranno parte fondamentale del viaggio solo verso la metà del disco, tra miti cosmogonici e deliri psichedelici.

“Animist” risulta un ascolto complesso ma, nel suo incedere labirintico e vorticoso, sufficientemente assimilabile all’orecchio di una persona mediamente avvezza a questo genere di sonorità. La domanda è se questi tre ragazzi abbiano le idee talmente chiare da affrontare svariati generi musicali all’interno di una stessa composizione oppure siano in preda ad acidi che gli hanno fortemente leso le capacità cognitive: per essere equi diremo un 50% di possibilità per entrambe le ipotesi. Infatti la prima traccia “Hex” (la più breve, solo tredici minuti) ha un fortissimo incedere stoner, con retrogusto sludge, e fa sempre affidamento sulle growl vocals, a ribadire l’estremismo della proposta. Le chitarre ruvide ma dal suono tondo e grasso possono addirittura ricordare vagamente alcune composizioni dei Mastodon che furono e il ripetere ciclicamente alcuni riff, passando a immediati break atmosferici e strumentali, rende le composizioni di chiara matrice acido-psichedelica. “Blade Of Heresy”, con la sua lunga intro tetra e sinistra che dà spazio ad un arpeggio di chitarra angosciato, sostenuto da un ottimo giro di basso, esplode in un riff che potrebbe ricordare suoni tipicamente sabbathiani strafatti di anabolizzanti e anfetamine e ci conduce, nei suoi quasi quindici minuti, in meandri post black che strizzano l’occhio all’avantgarde.

Con la lunghissima “March Through Ruins” il gioco si fa ancora più pesante e l’attacco del riff, dai chiari riferimenti thrash black, compatto e veloce, è solo una mera illusione, come un’oasi nel deserto, perché tutto torna a tempi più dilatati e il gelo della foresta torna a trasformarsi nel caldo arido del deserto, con riff settantiani che procedono lenti come il passo di un beduino disidratato sotto i colpi bestiali del solleone. Grazie alle registrazioni in modalità completamente live, con l’utilizzo di soli dispositivi analogici, presso il Tonstudio-Katzer di Norimberga, le sensazioni che i ragazzi volevano trasmettere con questi tre brani strazianti sono state espresse attraverso un sound e un groove più puri e organici possibile, passando da atmosfere degne di un Jim Morrison in preda al migliore peyote ad altre che possono ricordare la vecchia scuola black norvegese, per i riff rudimentali e la freddezza esecutiva, combinando in maniera ben riuscita il black metal atmosferico old school e il doom con le esperienze psichedeliche del rock desertico e la fusione del jazz, sino a un retrogusto di rock progressivo.

Un disco di difficile assimilazione, che ha la pecca di risultare eccessivamente monocorde nelle parti vocali esclusivamente in growl, perdendo in questi frangenti passionalità ed emotività, che a mio parere degli inserti in clean avrebbero garantito, dando anche dinamicità alle canzoni e rendendole più varie e assimilabili. Tuttavia, se il disco riesce a prenderti per mano e portarti nei suoi meandri più nascosti, vedrai dei paesaggi ancora inesplorati e inquietanti.