Bewitcher – Under The Witching Cross

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C’è bisogno di presentare i Bewitcher? In teoria non ci dovrebbe essere, se avete diligentemente svolto i vostri compiti a casa; in caso contrario ricordiamo che si tratta di un power trio proveniente da Portland – Oregon – USA, al loro secondo lp ufficiale, e suonano un black/thrash metal primordiale che tanto è tornato di moda negli ultimi anni; sono rozzi e brutti da vedere ma quando si tratta di rompere le ossa sono sempre in prima fila, pronti a farsi avanti. Anticipata dal singolo “Too Fast For The Flames”, “Under The Witching Cross”, come dicevamo, segna la seconda uscita discografica ufficiale per la band, al netto di demos e altre pubblicazioni minori, e ciò che possiamo sentire lungo la mezz’ora abbondante di questo platter ci lascia davvero sbalorditi in quanto a potenza, energia e ignoranza, non disgiunte da una certa capacità compositiva che riesce a rendere attuale e fresco un genere che di novità ha meno di nulla. I nostri infatti avevano già fatto intuire le proprie potenzialità, non tanto per la propensione ad innovare il genere proposto, quanto piuttosto per la qualità espressa, che già sull’omonimo esordio del 2016 risultava degna di nota.

Su questa nuova fatica tutto è amplificato all’ennesima potenza, ed il risultato è un disco di categoria superiore, caratterizzato da una produzione che risulta pulita, potente, con suoni ben definiti e compatti e mai fastidiosa, nonostante conservi quella ruvidità che veniva espressa analogicamente negli anni ottanta e che tanto piace a noi maniaci del puro metallo underground. Le otto tracce che vanno a formare “Under The Witching Cross” sono un crescendo di blasfemia ed un costante andirivieni tra sangue e metallo. Il primo estratto, la già citata “Too Fast For The Flames”, è una speed song che dall’headbanging farebbe staccare il collo a chiunque.“Hexenkrieg” ne è la copia più rockeggiante, con un riff iniziale che pare uscito dalle sapienti mani di un Mick Mars ai tempi d’oro, ma strafatto di ketamina.

Questo è appunto il mood del disco: riffing ottantiano, con suoni ruvidi mai troppo pompati, accompagnati da up tempos di batteria che scandiscono i tempi di battaglia e voce graffiante come gli artigli di un leone. Non stiamo parlando di un disco innovativo ma di roba sentita e risentita, suonata però in maniera impeccabile come non se ne sente tutti i giorni: canzoni come “Savage Lands Of Satan” o “Heathen Woman” sono dei veri e propri capolavori di black/thrash che sembrano usciti dalle penne a calamaio di Sodom o Venom, con un certo retrogusto bathoriano e condite da quel sapore di speed metal che strizza l’occhio alla NWOBHM, grazie a ritornelli filo-melodici che si stampano in testa come preghiere recitate al contrario. C’è spazio pure a riferimenti più stradaioli, come “In The Sign Of The Goat”, che, con i suoi quasi sei minuti, tesse linee spettacolari per una song contenuta in un disco che scava sottoterra cercando cadaveri di zombie, e lascia spazio ad un ritornello che può essere cantato dentro uno scantinato qualsiasi, con mangiacassette a tutto volume e bottiglia di Four Roses in mano.

Niente da fare: dal primo sino all’ultimo minuto queste bestie di Satana hanno deciso di stupirci canzone dopo canzone ed in chiusura piazzano un colpo basso che prende il nome di “Frost Moon Ritual”, una epic metal song totalmente strumentale, dove le capacità dei ragazzi vanno a unirsi con la grande devozione verso i Bathory più epici e la più classica scena heavy metal. Non ci sono molte parole per descrivere la seconda prova in studio dei Bewitcher, se non che si tratta di un disco di altissimo livello per gli amanti di questo genere primitivo, che mai come in questi ultimi anni sta tornando alla ribalta. A differenza delle altre bands gli americani di Portland riescono a imprimere freschezza a ogni traccia senza mai cadere nello scontato o sembrare una tribute band, come invece accade a molti altri. Prova encomiabile per questi rozzi bevitori di birra che, se dovessero mantenersi su questi standard, faranno ben presto parlare di loro a livelli ben più elevati nella “scala sociale” del metallo estremo.