Vananidr – Vananidr

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Anders Eriksson, svedese tutto d’un pezzo, è uno che ha le palle quadrate e non ama stare fermo, come se fosse in piena anfetamina 24 ore su 24. Praticamente un 7 Eleven del metallo, per intenderci (catena di minimarket H24 presente in gran parte del mondo). Oltre ad aver cantato e prestato la sua opera come bassista e chitarrista in svariate bands ed essere proprietario degli Off Beat Studios nonché produttore, nel 2019 come un fiume in piena ha esordito con il platter autointitolato dei Synodus Horrenda che subito dopo hanno cambiato nome in Vananidr. Un personaggio iperattivo come ce ne sono pochi, totalmente dedito alla causa del black metal, Eriksson è una valanga di lava incandescente che non si placa e continua a sfornare dell’ottimo materiale oltranzista, privo di contaminazioni, schietto, sincero e diretto come un pugno da KO in pieno volto. Genuinità e malvagità sono le prime parole che vengono in mente ascoltando il debut album dei Vananidr, l’ennesimo progetto dove il buon Anders suona tutto tranne la batteria (affidata al session man Karl Thunander) e dove si ritrovano gli stilemi tipici del songwriting del nostro baldo vichingo. Un mix ben strutturato di black metal old school di puro stampo nordeuropeo, che fa venire in mente gli Immortal più razionali e tendenti ad un riffing killer ma allo stesso tempo malinconico, unito in questo caso a linee più marcatamente swedish, con quel classico retrogusto nostalgico ma epico e fiero. Il debut dei Vananidr è un disco che è stato concepito lentamente, come un lungo e doloroso travaglio; si legge infatti che le chitarre ed i bassi sono stati registrati tra il 2010 e il 2012, così come le parti di batteria, anche se i pezzi erano stati scritti già nel 2007: dopo anni che il progetto era stato messo sotto naftalina e chiuso nell’armadio in soffitta, Eriksson nel 2016 ha deciso di scrivere delle liriche adatte, che solo nel 2017 sono state registrate.

Finalmente, alla fine del 2018, il disco ha preso forma e da quel giorno è fruibile a tutti gli appassionati del metallo più oscuro e dei sacrifici di umani. Partendo da queste premesse verrebbe da pensare ad un lavoro poco fluido, considerato il fatto che in quasi dieci anni un musicista per forza di cose subisce tanti cambiamenti, a livello personale oltre che stilistico, ma in questo caso il risultato è da considerarsi veramente buono. Abbiamo a che fare con un disco composto da otto canzoni, di cui due strumentali, che danno vita ad un lavoro effettivamente ispirato e piacevole, da seguire traccia dopo traccia, con pochi momenti di stanca (tollerabili per il genere proposto) e con la presenza di alcuni pezzi davvero coinvolgenti e devastanti a livello di impatto e potenza. Nella tracklist di questo album d’esordio è difficile trovare punti deboli, grazie anche al sapiente mix tra brani più tirati ed altri leggermente più smorzati nel loro incedere, anche se a farla da padrone qui è l’assalto frontale. Le prime due mine antiuomo in scaletta sono da palma d’oro del black metal svedese, anche se è palese come il buon Eriksson non disdegni l’ascolto dei maestri Immortal (“Frostbitten Kingdom” sembra uscita dalla mano più ispirata di un Demonaz in preda a deliri visionari). Il massacro è servito con “Rise”, classica song simile a un colpo di mazza chiodata nelle ginocchia, mentre “Warfare” punta tutto sulle liriche evocative e, grazie ai break centrali, assume l’andamento di una vera e propria epics ong dai malsani connotati blackened. Ultima in scaletta prima dell’outro strumentale “Enter Eternity”, col suo mid tempo ricco d’atmosfera e le chitarre incrociate, chiama in causa gli Emperor più nostalgici e riflessivi. I synth sono utilizzati in maniera sapiente e ben dosata, e riescono a dare ulteriore profondità alle composizioni, che risultano così meno ostiche anche nei punti dove la ferocia sprigionata tocca le sue punte massime. Un altro tassello nel panorama del black metal con fortissima dedizione agli anni novanta è stato aggiunto e viene largamente consigliato, sia a tutti coloro che hanno lasciato la propria anima nera indietro nel tempo, sia a coloro che si approcciano solo ora a sonorità più estreme, grazie anche alla buona produzione che, nonostante sia ben definita e potente, ha sempre quel sapore old school, con suoni ruvidi e affilati come la vecchia tradizione black metal insegna.