Il Codex Omega Tour 2019 arriva in Italia con ben quattro date e tocca la vicina San Donà di Piave e il suo mitico Revolver che, mai come quest’anno, sta offrendo una programmazione degna di un locale di categoria superiore. Del Revolver avevamo già ampiamente discusso nel report del concerto dei Naglfar di dicembre. Il locale si dimostra per l’ennesima volta la più concreta e attiva realtà live del Nord Est, grazie a una programmazione variegata a tutto tondo, sia in campo metal che in altri generi, offrendo uno spazio che, anche se non brilla dal punto di vista acustico, essendo una vecchia discoteca riadattata come quasi sempre accade in Italia, riesce a essere funzionale grazie sia alla sua ubicazione, non lontano dall’uscita autostradale, e grazie anche alla possibilità di un buon parcheggio all’esterno. Nutro curiosità verso i Krisiun ma l’attesa è tutta per loro, i greci Septicflesh, che dal loro comeback del 2008 con l’album “Communion” non hanno più sbagliato un colpo e, anzi, si sono elevati sino a rappresentare ormai una delle più grandi realtà estreme elleniche. Al mio arrivo una sala come al solito non ancora gremita fà da sfondo al bel palco del Revolver. I Diabolical stanno finendo il loro set ma sembra che tutto fili per il verso giusto con un buon responso da parte dei (pochi) presenti, grazie pure al tiro devastante della band. Considerato il giorno infrasettimanale, la presenza di sicuro non poteva essere da sold out ma mi aspettavo qualcosina in più, anche se l’affluenza aumenterà decisamente dopo l’inizio del concerto dei Krisiun. Ed ecco che, dopo un breve cambio di palco, le fiamme illuminano il logo dei brasiliani nel backdrop proiettato sulla parete dietro la batteria.

KRISIUN

I brasiliani festeggeranno il prossimo anno ben trent’anni di carriera, durante i quali hanno messo a ferro e fuoco i palchi di tutto il mondo con il loro death metal old school senza compromessi. I tre fratelli Camargo-Kolense non vogliono sentir parlare di addolcimenti o variazioni nel proprio sound e continuano a sfornare, con una certa puntualità, dischi in sostanza uno uguale all’altro, nei quali regna incontrastato un death metal becero ma con spiragli tecnici di elevata difficoltà. Nonostante le ultime uscite discografiche non siano del tutto memorabili, la band on stage risulta essere una garanzia di massacro collettivo e precisione clinica e chirurgica. L’attacco è affidato a “Ravager” da “Conquerors Of Armageddon”, mentre dall’ultimo positivo studio album verranno estratti solo due brani.

Il resto della scaletta è una carrellata di pezzi che rappresentano in gran parte la discografia più recente dei nostri, concedendosi però qualche ritorno al passato andando a pescare dai lavori più stagionati, ad esempio con “Hunter Of Souls”, tratta dal loro debut album del 1995. Il live è un bel massacro e a farne le spese, oltre ai nostri timpani provati dai suoni pesantissimi e affilati dei brasiliani, è anche la qualità del suono, non del tutto ottimale, cosa ce capita di frequente al Revolver.

Ma è un particolare sul quale passiamo sopra, vista la carica emotiva del power trio che, canzone dopo canzone, senza un minimo accenno di stanchezza, fà il diavolo a quattro prendendo a calci nel culo la folla sottostante. Unica pecca è la solita che si riscontra nelle bands a tre: durante i solos la resa sonora viene decisamente meno, mentre una chitarra ritmica riuscirebbe a dare una maggior quantità di soluzioni, sia compositivamente che durante le esibizioni live.

Non paghi del terrore seminato, i tre satanassi di Ijuí si esibiscono nel finale in una cover di “Ace Of Spades” (per la gioia di tutti i presenti che non esitano a inneggiare in favore del mai dimenticato Mr. Kilminster), per chiudere in bellezza con altre due sassate in pieno volto come “Bloodcraft” e “Demonic III”. Un concerto buono ma di sicuro non esaltante, a meno che non siate fans maniaci dei brasiliani o del death estremo che la band propone in maniera assolutamente ineccepibile e professionale. Una performance priva di sbavature che ha creato di sicuro un ambiente caldo per gli headliner della serata.

SEPTICFLESH

Dalla reunion del 2008 i Septicflesh sono diventati una macchina inarrestabile, alternando ottimi lavori ad un’infaticabile attività live. Gli ultimi quattro studio album infatti sono quanto di meglio ci si potesse aspettare: un concentrato di oscuro death metal caratterizzato da una forte componente sinfonica, che pian piano sta assumendo una parte di sempre maggior rilievo, come si può constatare negli ultimi lavori, dove la band utilizza una vera e propria orchestra per supportare le basi sinfoniche. Ma qui siamo al Revolver e poco importa se l’orchestra non è presente perché, dopo l’allestimento minuzioso del palco, arricchito con i classici teloni che riportano il logo e simboleggiano le tematiche mistico/storiche classiche della band, Spiros Antoniou (alias Seth Siro) e soci attaccano di prepotenza con “Portrait Of A Headless Man”, dall’ultimo fortunato “Codex Omega”, che ha segnato tutte le aperture della setlist di questo tour. I suoni sono più puliti e bilanciati, complice anche lo stile meno frenetico e brutale rispetto ai Krisiun, e ne giovano la resa e l’impatto sul pubblico, che nel frattempo è diventato più numeroso e ha abbondantemente riempito la sala concerti.

Seth è in gran forma e si conferma uno dei migliori frontman in campo estremo, grazie alle sue movenze e al suo costante interagire con il pubblico, in maniera sia “minacciosa” che simpatica, grazie ai suoi ormai famosi “c’mon my friends” oppure “ladies and gentlemen”. La setlist, come ormai di consueto, va a pescare esclusivamente dalle ultime quattro releases, ossia quelle successive alla reunion del 2007, come a voler confermare l’album “Communion” come quello dell’anno zero e sottolineare che i Septicflesh oggi sono questo e quanto fatto in passato non interessa più di tanto. C’è da dire tuttavia che non possiamo dare tutti i torti a Christos Antoniou, insieme al fratello ora unico membro fondatore della band, in quanto pure questa volta Sotiris Vayenas non è della partita, anche se egregiamente sostituito: i brani più recenti, grazie alle loro strutture e ritmiche sincopate e taglienti come daghe, sono quelli che dal vivo danno vita all’headbanging più esasperato, a differenza delle composizioni più datate, per via della loro maggiore ricercatezza e inclinazione alla brutalità tipica del doom/death.

Krimh dietro le pelli si dimostra per l’ennesima volta uno dei drummer più potenti, micidiali e completi di tutto il panorama estremo, grazie alla sua precisione, alla grande presenza fisica e ad un’interpretazione del ruolo che non fa rimpiangere assolutamente il defezionario e storico Fotis Benardo: anzi, gli arrangiamenti ne escono più completi e vari. C’è tempo per tutte le “nuove” hits della band e si spazia da “Pyramid God” a “Communion”, sino a giungere a “Dante’s Inferno”, che congeda momentaneamente i nostri. I quali poi tornano per concedere al pubblico, a grande richiesta, “Anubis” che, grazie alle melodie e al costante incitamento di Seth, fa cantare a tutti i presenti i melody di chitarra, e la conclusiva “Dark Art”, a suggellare una prestazione impeccabile, dove pure l’acustica ha giocato a favore, fortunatamente. I Septicflesh oggi, dopo quasi trent’anni di onorata carriera costellata da album seminali per il metal europeo e mondiale, si trovano ora sul trampolino di lancio che, se ben sfruttato con l’adeguato appoggio dell’etichetta discografica, potrebbe far loro compiere il vero balzo, portandoli al classico “next level”.

La performance della band, neanche a dirlo, è stata perfetta, e vorrei sottolineare la professionalità di questi ragazzi che, sia davanti alle grande platee dei festival che in locali alla presenza di pochi fortunati intimi, offrono delle prestazioni eccezionalmente fuori dalle righe e ben oltre gli standard dei gruppi dello stesso genere.

Le caratteristiche e i numeri per un maggiore appeal commerciale ci sono tutti (basta vedere i Behemoth, che a mio parere sono decisamente inferiori dal punto di vista dell’impatto emotivo ai Septicflesh stessi), così come l’umiltà della band che, appena finito il concerto, ha chiesto al pubblico di aspettare, concedendosi immediatamente a foto, strette di mano, sorrisi e qualche chiacchiera, creando così una maggiore empatia e rendendo il concerto memorabile per i fedeli che, come me, sono accorsi all’evento. Le parole di Seth Siro Antoniou sono state chiare e dirette “My friends, ladies and gentlemen, torneremo presto con un nuovo album e un nuovo tour”. Inutile dire che a questo punto l’attesa sarà spasmodica. Grandissimi.