Déhà – Cruel Words

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Una cosa è certa, per scrivere da soli un disco della portata di questo “Cruel Words” bisogna avere una mente oltremodo visionaria, perversa ma accompagnata da capacità fuori categoria. “Cruel Words” rappresenta la terza fatica del compositore polistrumentista belga sotto il moniker Déhà in appena dodici mesi: una pentola a pressione di idee che ha mostrato in questi tre full length una versatilità fuori dal comune, proponendo generi diversi in ogni platter. Se con il primo, “Halo”, edito nel marzo 2018 l’artista proponeva una performance lunga mezz’ora in un’unica traccia solo ed esclusivamente di pianoforte, oscura, malinconica e depressiva come poche altre cose mai ascoltate (in merito a questo diceva: “si tratta di un’improvvisazione al pianoforte fatta verso le quattro del mattino in qualche giornata all’inizio del 2018”); con il successivo “4 5 6”, uscito a settembre 2018, non cambiava la forma, ossia un’unica traccia di quasi quaranta minuti, ma di sicuro ne evolveva il contenuto, spaziando da un post rock al limite delle sonorità progressive sino a toccare lidi post black metal ai confini dell’avantgarde. Nel marzo 2019 la vena compositiva di Dèhà non si placa ed ecco che arriva il terzo sigillo, quello che dovrebbe essere la quadratura del cerchio, il riassunto delle idee già esposte nell’ultimo anno ma con maggiore consapevolezza dei propri mezzi. La cover, bianca, col disegno abbozzato di una farfalla ed alberi sullo sfondo, ci fa già immergere nell’atmosfera depressa, rarefatta e minimalista del progetto, pronti a perderci tra melodie sognanti che si alternano ad ululati di disperazione, come quelli di una creatura che chiede vendetta e piange rabbia. Non un lavoro facile questo “Cruel Words” che, a differenza dei suoi predecessori, per una fruizione migliore e più snella, è articolato in sei tracce per un totale di oltre 50 minuti di viaggio, ma continua sostanzialmente quel percorso iniziato un anno prima, incarnando nella musica uno spirito depressivo attraverso note pesanti e ossessive ma risultando allo stesso tempo melodico, intimo ed emotivo.

Mr. Olmo Lipani (aka Déhà) può essere definito tranquillamente un maestro di emozioni musicali che vanno oltre qualsiasi categoria o limitazione di genere, in quanto ogni brano inizia in un modo e finisce in un altro, accompagnandoci in un vero e proprio viaggio verso le eccellenze della depressione più profonda e irreversibile, attraverso un’analisi introspettiva che non lascia spazio nemmeno a un barlume di spensieratezza o felicità. Si spazia su un ventaglio di generi davvero impressionante ma il post rock la fa da padrone, unendosi in maniera indissolubile col quel post black metal che sconfina nell’ambiguità dell’avantgarde. La parola “post” forse è quella che meglio definisce l’intero lavoro di Dèhà, in quanto sta a sottolineare la folle quantità di personalità musicali contenuta in quest’ora scarsa dove il nostro dà sfoggio di tutte le sue capacità compositive e tecniche. Echi di shoegaze fanno ricordare i Fen più intimisti mentre in alcuni momenti si sente un retrogusto di quel rock psichedelico e visionario che mi ha ricordato alcuni capitoli dei Radiohead più ispirati e depressivi. Di sicura importanza per l’ispirazione del belga è pure il doom, quello più artefatto, elegante e colorato di nero che fa venire in mente Green Carnation e Ghost Brigade che camminano sul velluto. Senza mai mettere da parte una fortissima componente di quel black metal atmosferico che dà la sostanza più tangibile a ogni brano contenuto nel disco. Appunto il disco: un viaggio nei meandri più oscuri della mente, una stanza bianca senza via d’uscita dove ogni punto è uguale all’altro, la voce rimbomba e ti porta lentamente alla follia. L’opener “I Am Mine To Break” è un brano etereo e sognante, che concede spazio esclusivamente ad una voce calda e pulita, accompagnata da chitarra e piano, creando un crescendo al limite del sovrannaturale, che lentamente riesce a ipnotizzare, sino all’ultima parte dove i suoni si fanno più acri e pesanti. “Pain Is A Wasteland” segue la falsa riga della precedente, iniziando elegantemente con note morbide e pulite, per poi trasformarsi in un brano che potrebbe essere definito “alternative post depressive atmospheric doom black metal”, ossia un black tanto lento quanto estenuante, condito da voci laceranti, con i tempi dilatati tipici del doom. “Blackness in may” e “Butterflies” seguono la falsa riga della precedente traccia per struttura: maggio e le farfalle, il cambiamento, e se maggio segna il confine tra primavera ed estate, le farfalle sono ciò che nasce da un semplice bruco nella magnifica ed affascinante metamorfosi.

I brani si evolvono lentamente da suoni patinati e malinconici, crescendo sino a diventare dei macigni pesanti e letali, come un cielo da grigio diventa gradualmente sempre più scuro, sino a esplodere in un temporale tra acqua, tuoni e fulmini. Ogni singola canzone rappresenta il passaggio metaforico dalla felicità alla disperazione, sino ad arrivare alla più profonda depressione dettata dallo sfinimento, e anche se i pattern di ogni traccia sono abbastanza simili gli uni agli altri e le strutture sembrano copiarsi, tutto funziona molto bene e l’ascolto fila liscio sino alla conclusione. Le ultime due tracce sono dei monoliti che da sole sfiorano i venticinque minuti di melodia malinconica, disperata e tormentata. Stessa struttura in crescendo, passando attraverso intro più riflessivi, che lasciano spazio allo scream disperato di Déhà, che risulta ancora più graffiante grazie anche alla quantità di filtri utilizzati. Le tastiere danno profondità ai pezzi, enfatizzando la sofferenza che il disco vuole ricreare. Le ultime note che compongono la titletrack sono da oscar: le melodie si contorcono lentamente creando, secondo dopo secondo, un qualcosa di magnifico e mostruoso allo stesso tempo. La produzione, ottima, è a cura dello stesso Déhà, così come l’artwork, il che sottolinea l’ecletticità di questo artista, che ha creato uno splendido esempio di post black metal contaminato da altri mille generi, che convivono cordialmente ed elegantemente l’uno con l’altro, senza mai interferire ma creandosi uno spazio virtuale dove potersi rannicchiare e urlare la propria disperazione. Un disco di pregevole fattura e rara bellezza, consigliatissimo a tutti gli amanti della musica di classe che spazia dal black metal al doom, dal post rock allo shoegaze, sino toccare le sponde del progressive e dell’avantgarde. Incredibile.