Sacrilegia – The Triclavian Advent

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Un moniker come Sacrilegia e una cover, rigorosamente in bianco e nero, che rappresenta tre centurioni romani intenti a inchiodare il Cristo sulla croce. Domanda: che musica suoneranno questi due facinorosi? La risposta è banale ed evidente: questi depravati irlandesi di Dublino non sono una cover band degli U2 ma suonano nella maniera più rabbiosa possibile un black metal primordiale, impuro e blasfemo, che pare uscito dal paleozoico, con fortissimi richiami a quella che fu la scena thrash metal estrema. Nulla di nuovo all’orizzonte dunque, assolutamente, anzi, il tutto suona dannatamente vintage e grezzo nella maniera più spudorata possibile, con suoni volutamente low fi e marci e con una forte attitudine anticlericale, come da tradizione. Nonostante si tratti del loro debut album, si sente che i Sacrilegia sanno il fatto loro: la qualità di questo “The Triclavian Advent” è elevata, considerato il genere proposto, e questo disco farà venire l’acquolina in bocca a tutti gli amanti di quel black/thrash che prende ispirazione a piene mani dai vari Desaster, Cruel Force e Destroyer 666, utilizzando ingredienti semplici e fondamentali, che mai dovrebbero mancare nella dieta di un maniaco di questo genere di sonorità. “The Triclavian Advent” non si perde in chiacchiere: nessuna intro, nessuna outro; il tempo è sacro, si dice, anche se durante la mezz’ora abbondante di durata di questo dischetto, non troviamo nulla di sacro.

Qui si va subito al sodo e infatti l’opener “Relics Of Oncoming Doom” è un ottimo biglietto da visita per la band irlandese: una bordata di lava e lapilli che investe l’ascoltatore in maniera prepotente e ignorante, con i suoni ruvidi come se fosse stata registrata a tutto volume dentro una casa infestata da fantasmi. Il concetto non è chiaro? Benissimo,“Beyond The Fouler’s Snare”, vecchia scuola fino al midollo, è subito pronta dietro l’angolo a ribadirlo. I Sacrilegia, nonostante la provenienza, non bevono la guinness, non sono simpatici borghesi che si gustano una pinta dopo la settimana lavorativa; loro bevono kerosene e lo sputano dagli altoparlanti dello stereo, dai quali fuoriesce un suono distruttivo, cupo, avvolgente e tagliente come una bottiglia di bourbon spaccata in testa. Una classica proprietà matematica diceva che cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: potremo riformularla dicendo che, cambiando disposizione delle songs di “The Triclavian Advent”, il risultato non cambia. Abbiamo a che fare con una carrellata di otto tracce assolutamente intercambiabili tra di loro, visto che tutte presentano la stessa struttura: up tempos potenti, senza un minimo rallentamento, mantenendo costante la ferocia per tutta la durata del disco, come un martello pneumatico nelle tempie, che fa sanguinare orecchie e naso.

Sei in compagnia di una ragazza carina ma con modi da principessina? Benissimo. Prendi una birra scadente, stappala con i denti e accendi lo stereo: nella sua testa penserà: “beh, ha modi rozzi però mi vuole dedicare una canzone romantica, che carino”; invece tu la sorprendi e fai partire “Armoured Angel”, forse il migliore pezzo del lotto, benché si tratti di una cover: il suo incedere pazzesco annichilirà qualsiasi buon proposito della donzella, spettinandola grazie alla pressione sprigionata dagli speaker che pomperanno violentemente ogni nota. E se la ragazza in questione dovesse continuare a fare i capricci, il consiglio è di insistere con “The Unhallowed” e “Unheeded Warnings”. Quest’ultima soprattutto, con il suo ritmo frenetico e le urla gutturali del singer posseduto da un demone assiro ubriaco, accompagnerà con scarsa eleganza la donna ritrosa fuori dalla tua casa, mentre tu potrai allegramente consolarti con un po’ di sano headbanging contro la parete sino alla bestiale conclusiva “As With Spears We Come”. Ogni brano di questo lavoro non lascia tregua e demolisce qualsiasi cosa incontri per la sua strada, come fece il buon Attila.

“The Triclavian Advent” può essere definito un monolite di thrash/black metal di buona fattura sia compositiva che esecutiva: grandi riff e cambi di tempo da sballo costellano il platter come un vortice che contiene sassi, alberi e corpi contundenti e ti colpisce tramortendo con grande immediatezza e purezza di intenti. La produzione potente e ruvida con suoni equilibrati ad hoc è la ciliegina sulla torta di un lavoro dannatamente buono di metal d’annata che sembra provenire direttamente dalla metà degli anni ottanta. Il vero metallo annerito non è morto, è più vivo che mai.