Vargrav – Reign In Supreme Darkness

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Se il 2018 è stato l’anno della Grecia è indiscutibile come questa prima parte del 2019 ci stia regalando molti lavori sotto la fiamma nera e gelida della Finlandia. Questo ennesimo tassello che alimenta il fuoco profano della terra dei laghi ha impresso sopra il logo di Vargrav, one man band di V-Khaoz proveniente da Hyvinkää, al secondo disco in soli due anni, che, dopo il buon debut del 2018, sigilla la propria volontà di affermazione nell’ormai immenso panorama black. A presentare il tutto nel migliore dei modi ci pensa la cover di pregevole fattura, rappresentante un oscuro maniero e un’orda di guerrieri dalle non nobili intenzioni, sotto un tetro cielo e il vigile sguardo della morte in persona. Questo allegro quadretto non può che presagire un dischetto ricco di atmosfere diaboliche e malsane, confermate fin dalle prime note dell’intro. Il primo impatto con questo nuovissimo “Reign In Supreme Darkness” è devastante: come prendere una Delorean, in compagnia di Marty McFly e Doc, e tornare indietro nel tempo sino a metà anni novanta, quando il fenomeno black era al culmine della sua esplosione mistica. Sonorità che si rifanno ai primi Emperor, ma con una produzione meno caotica, e ai Limbonic Art più primitivi: Vargrav sceglie di guardare al passato, rimanendo fedele e coerente a quanto fatto anche nel primo disco. In “Reign In Supreme Darkness” il tutto viene però ripulito e portato a un livello superiore, consegnando alle tenebre un lavoro maturo e oscuro, con sonorità medievali che rievocano la bellissima cover. La scena finlandese, che sembra vivere una seconda giovinezza, oltre che dalla freddezza e dalle melodie trasudanti disperazione, è caratterizzata da un sound grezzo e minimalista, che racchiude effettivamente quella che dovrebbe essere l’essenza maligna del black metal. Dalla terra dei laghi non proviene una quantità rilevante di band dalla base sinfonica: Vargrav risulta quindi un’eccezione alla regola. V-Khaoz, al secolo Ville Pallonen, è una vecchia volpe che, oltre a conoscere la scena da anni e anni, sa come si suona quel black metal carico di misticismo, oscurità e rabbia. Tutto ciò l’ha espresso con maestria nel suo nuovo disco che, ascolto dopo ascolto, sembra essere un vero e proprio tributo, senza mai farne il verso, a quella scena che, in tempi non sospetti, iniziò a unire la ferocia primitiva del black metal più becero e violento a tessiture orchestrali che davano alle composizioni, oltre che un’impronta più oscura e arcaica, un alone di eleganza, come se la morte vestisse un abito da sera anzichè la sua classica tunica nera.

Tutto ciò mai a discapito dell’impatto devastante della musica: se l’intro ci trasporta nei meandri remoti di un mondo parallelo, le sue atmosfere sognanti ci avvisano anche che la tempesta è dietro l’angolo, ed infatti “The Glory Of Eternal Night” ci aspetta come un orco pronto ad attaccarci con violenza efferata. Il suo impatto veloce e gelido è abbellito da inserti di clean vocals corali che danno un tono maestoso, senza rinunciare al’assalto brutale e senza compromessi che richiama le composizioni del debut “Netherstorm”. Sembra essere passato un lustro da quell’album e non solo un anno tant’è la maturità acquisita dal nostro menestrello nero, e pezzi come “Dark Space Dominion” e “In Streams From Great Mysteries”, nonostante non stravolgano le coordinate tradizionali del black di matrice sinfonica, sono lì a dimostrarlo. Questo disco è la fiera del tremolo e del blast: nonostante i sempre presenti abbellimenti orchestrali, mai invadenti, si parla pur sempre di dannato black metal sparato a tutta velocità e senza un minimo di tregua. Proprio a proposito degli inserti sinfonici è corretto spendere due parole: nonostante la costante presenza traccia dopo traccia, sono perfettamente amalgamati al corpo di ogni pezzo e risultano un elemento fondamentale nella struttura del disco, essenziale nel conferire quel tocco di malvagità e misticismo che riesce a trasportarci nel lungo viaggio verso gli inferi del medioevo, ambientazione ideale per questa opera. Vocalmente Mr. Pallonen ricopre totalmente i clichès del black metal classico, con scream laceranti che privilegiano le tonalità medie, conditi da urla, sporadiche linee parlate e cori in clean che riportano alla mente quelli presenti nel capolavoro che prende il nome di “Anthems To The Welkin At Dusk”. Le linee di chitarra sono basate sul tremolo e tessono costantemente linee melodiche tristi, ricche di parti pulite che sfociano in arpeggi mefistofelici e d’atmosfera. Il disco si conclude con la lunga e complessa “Arcane Stargazer”, una mini-suite che risulta essere ancora più epica rispetto alle altre tracce, dove il nostro eroe unisce tutti gli ingredienti del disco, tirando fuori un brano di rara maestosità e oscurità, una composizione cinica e fredda come la taiga in compagnia dei lupi. Dando un occhiata alle liriche si capisce come pure da questo punto di vista il salto indietro nel tempo è netto: le canzoni parlano di misantropia, odio e occultismo e ogni lirica rappresenta una poesia misteriosa. La produzione tipicamente old school può vantare una certa qualità nella resa sonora, derivante dall’ottimo lavoro svolto nel mastering, in quanto ogni strumento riesce ad esprimersi senza mai soffocare gli altri ed il suono risulta compatto, oscuro e potente, anche se dalle venature nettamente vintage.

Vargrav pone il suo secondo tassello discografico in maniera del tutto coerente e onesta, continuando la strada intrapresa nel precedente album con una migliore capacità strumentale. Il risultato è un disco che risulta fresco e genuino, nonostante la sua fortissima vocazione nostalgica verso quella scena di black metal che muoveva i primi passi agli inizi del 1990. Unico punto interrogativo riguarda la longevità di questo lavoro che, una volta ascoltato, apprezzato e assorbito in tutte le sue oscure trame, potrebbe essere semplicemente oggetto di collezione e non presenza stabile nel lettore per essere assaporato a distanza di tempo.