Order 1968 – Tears In The Snow

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È grazie all’operato dell’oscura etichetta AnnapurnA, specializzata nella distribuzione di robaccia underground decisamente non convenzionale, che oggi abbiamo l’opportunità di riascoltare questo “Tears In The Snow”, riedizione del lavoro degli Order 1968 del musicista ligure Claudio Dondo, originariamente pubblicato nel 1991 in formato tape dalla Hate Productions, di proprietà dello stesso Dondo. L’opera ripropone l’album nella sua interezza, completamente rimasterizzato da Giovanni Indorato al Cyber Ghetto Studio, oltre ad una traccia in più, non presente nell’edizione originale ma facente parte delle stesse sessioni di registrazione, il tutto con l’utilizzo dell’artwork del nastro, riadattato graficamente al formato cd. “Tears In The Snow” rappresenta una delle prime manifestazioni sonore di Claudio Dondo e del suo progetto, un souno a cavallo tra dark ambient, industrial e noise, che in seguito sarà riproposto con il progetto Runes Order (sotto il cui moniker questo disco fu peraltro ripubblicato nel 1999 dalla Oktagon Records in un’edizione limitata a duecento copie e con una grafica differente), uno dei più longevi ed influenti nel genere, quando nel corso degli anni novanta questo tipo di sonorità si guadagnava il proprio spazio nel vasto universo degli estremismi musicali, attirando l’attenzione anche del pubblico metal, grazie ad una manciata di gruppi (per la verità quasi tutte one man bands), che agivano all’insegna della più pura attitudine “do it yourself”, ed al lavoro incessante soprattutto della Cold Meat Industry.

“Tears In The Snow” e l’opera degli Order 1968 prima (tra le cui uscite ricordiamo “Misoginia & Decadenza” e “Il Giardino Delle Rune”) e dei Runes Order poi (anche se con quest’ultimo progetto saranno toccati anche altri lidi musicali, magari più vicini a certa industrial/wave ottantiana) vanno quindi di fatto ad inserirsi in un filone ben preciso, che a circa trent’anni dai suoi esordi sembra ancora conservare gran parte della carica sperimentale che possedeva agli inizi, essendo per sua natura impossibile da imbrigliare in strutture ben definite, pur avendo mantenuto costanti nel tempo alcune caratteristiche imprescindibili ed avendo in sostanza codificato alcuni canoni, ai quali bene o male tutti quanti si attengono. Un sound che, a livello di sensazioni ed atmosfere evocate, può senz’altro dirsi affine al black metal, soprattutto in alcune delle sue manifestazioni, ma che, da un punto di vista prettamente musicale, ne resta comunque distinto e ben lontano. “Tears In The Snow” è un lungo viaggio che si dipana attraverso rumorismi ripetuti ed ossessivi, a tratti marziali, minimali note di tastiera, effetti e suoni ambientali, campionamenti e linee melodiche distorte, che offrono in realtà ben pochi appigli ritmici, lasciando l’ascoltatore disorientato ma libero di angosciarsi o rilassarsi a seconda dell’emozione suscitata da questo o quel frammento sonoro, seguendo quelli che non sono nient’altro che gli episodi della colonna sonora di un ipotetico film horror.

Le coordinate stilistiche sono fondamentalmente quelle cui accennavo poco sopra: il sentiero musicale e concettuale è sostanzialmente quello tracciato da acts come MZ412, Raison D’Être, In Slaughter Natives, e simili (c’è probabilmente anche qualche influenza dagli In The Nursery), ovvero l’espressione, attraverso forme diverse ma affini di sincretismo sonoro, della più cupa e lugubre disperazione, qui ammantata per l’occasione da un alone decadente e da un piglio ritualistico, che a tratti sembra sciogliersi quasi inconsapevolmente in estatica contemplazione ambientale, a seconda che si prediliga un approccio più esoterico, che sembra condividere con i Death In June una certa ossessione per le rune (“The Runes”, “Nocturne”), o più naturalistico (le gemelle “A Minute In The Snow” e “A Minute In The Wind” o la sognante “Le Bianche Valli Del Silenzio”).

Benché la proposta sia ardua ed in effetti rivolta solo ed esclusivamente agli amanti di questo genere di sonorità, qui non c’è confusione di sorta né la volontà di strafare: i suoni sono estremamente puliti, merito probabilmente anche del lavoro di rimasterizzazione, ed il risultato finale risulta nitido e ancora piuttosto fresco, anche se posto a confronto con i lavori partoriti più di recente nell’ambito della scena industrial e dark ambient, segno che si tratta di un disco che ha finora ben resistito all’inesorabile trascorrere del tempo. Seminale e immaginifico; consigliato se volete riscoprire quello che è stato uno dei primi lavori del genere prodotto in terra italica.