Glaciation – Sur Les Falaises De Marbre

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Centinaia, migliaia. Sono le mosche che sciamano attorno alle ferite del cadavere. È così che si apre il secondo full length del quartetto d’oltralpe che ci propone un album di puro black metal, francese, ma pur sempre black metal e di ottima fattura. Dopo un primo lp denominato semplicemente “1994”, annata che richiama alla mente dell’ascoltatore i capolavori black dei maestri Mayhem, Darkthrone e Marduk (anche se per me resterà per sempre l’anno di “Frost” e di “Hvis Lyset Tar Oss”), i parigini danno alle stampe questa seconda prova che sin dal titolo, “sulle scogliere di marmo” appunto, ci annichilisce con una visione assolutamente glaciale, dolorosa e malinconica dell’effimero mondo che ci circonda. Ciò che colpisce sin da subito sono le linee vocali pulite del cantante ed autore dei testi RMS (Rose Mother Sucking) Hreidmarr, al secolo Nicolas Saint-Morand, evocative e drammatiche quanto basta per creare un amalgama perfetto con le vere colonne portanti del lavoro ovvero le chitarre di Hugo Moerman e la batteria di Jean “Winterhalter” Deflandre, partners in crime non solo della lancinante tessitura sonora ma anche i veri songwriters di tutti i pezzi.

La straniante atmosfera che pervade tutto l’album è solcata da intermezzi piacevolissimi creati dalle tastiere, mai invadenti, di Francois Duguest ai quali si deve il richiamo all’onirico, alla dimensione ultraterrena in cui viene trasportato l’ascoltatore. Sulle sei tracce che si contendono i due lati del disco solamente le prime quattro contengono parti di cantato ed una menzione d’onore va fatta per “Kaputt”, della durata di ben otto minuti e turning point dell’album, che ha il particolare pregio di sfoderare un lancinante salmodiato black, venato da un’attitudine prettamente punk, di cui il gruppo non fa segreto ed anzi per chi scrive è una plusvalenza non di poco conto. Le linee di basso contribuiscono armoniosamente alla costruzione del castello di ghiaccio dal quale Indria Saray, al comando della sua quattro corde, dirige i giochi, sostenuto da una produzione che, anche se non di altissimo livello, riesce a rendere piacevole persino il baratro che si estende al di là della scogliera. Ed è proprio in questo horror vacui che ci trasportano le ultime due tracce del disco, completamente strumentali ed ornate da parti orchestrali cesellate da un assolo di sax deliziosamente alienante. Cosa resta dopo i 43 minuti di ascolto di questo lavoro dei Glaciation? Ovviamente il dolore che, come la neve, senza far rumore, delicatamente si posa in ogni piega del corpo e le orecchie, ormai appagate, non si accorgono del ronzio delle mosche che si accaniscono sul nostro cadavere. Centinaia, migliaia.