Ungoliantha – The Howl In The Waste

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Ungoliant, il ragno femmina gigante, è avvolta dall’oscurità delle tele che essa stessa tesseva”. Ascoltando l’ep del sestetto ucraino, nuova prova discografica che segue l’album del 2015 “Through The Chaos, Throught Time, Throught The Death”, non si può prescindere dalla descrizione che il maestro Tolkien fa dello spirito malvagio che popola Arda, l’universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese. E proprio come la Tessitrice di Tenebra i nostri riescono a costruire una devastante trama sonora nonostante i pochi minuti, solamente ventidue, a loro disposizione. Il disco è composto ufficialmente da cinque tracce ma se consideriamo una cover dei Lord Belial ed un’outro brevissima, il nuovo materiale si riduce a tre pezzi, tre infernali anatemi che non lasciano scampo e ci fanno apprezzare appieno il claustrofobico symphonic black metal della band: a partire dalla prima traccia e poi nelle successive l’atmosfera è oppressiva, sincopata ed ansiogena, conferendo all’ascoltatore la costante sensazione di essere circondato, braccato da qualcosa che si nasconde nel buio. Il disco si apre con “The Old Blind Man”, una poderosa cavalcata black incalzata dalla sezione ritmica che, a dir la verità, avrebbe potuto fare di più, soprattutto giocando sui cambi tempo e sull’alternanza basso-batteria. Le tastiere in questa traccia si limitano a sottolineare alcuni passaggi e nulla più mentre la voce, come nel resto del disco, la fa da padrona: davvero molto buona la prova del cantante Lord Sinned sia in questa che nelle successive tracce.

L’asticella comincia ad alzarsi passando alla seconda track, “That Howl In The Waste”: il ritmo rimane sempre veloce, angosciante e viene fuori anche una notevole originalità compositiva: l’incubo è circoscritto da alcuni passaggi davvero azzeccati del basso e delle tastiere che fungono da rampa di lancio per i forsennati ritmi alternati del drummer. Ma il punto di non ritorno viene toccato con la successiva, venefica e ferale “Ghost Wanderer” in cui tutte le parti sembrano interagire, finalmente, in modo semplice e perfetto. Proprio con quest’ultima prova viene fuori un’attitudine da headbanger band che ne farebbe un’ottima scoperta dal vivo: se mai vi capitasse di partecipare ad un loro concerto non dimenticate di portare due o tre vertebre cervicali di ricambio, non sarete risparmiati. La successiva cover dei Lord Belial è “Hymn Of The Ancient Spirit Of The Forest”, estratta dall’album “Kiss The Goat” del 1995, e sembra più un semplice riempitivo piuttosto che un valore aggiunto del disco: il pezzo ha già un tiro pazzesco nella versione originale ed ora nulla è aggiunto per rendere più affilata la lama… La questione delle cover è lunga e complessa, andrebbe affrontata in altro luogo e quindi il mio consiglio è: lasciate perdere se non siete al livello dei “Burn The Priest” o maggiore!

La produzione del suono è buona, le singole sonorità vengono percepite distintamente e non creano il fastidioso effetto rimbombo tipico delle autoproduzioni low budget. Nel complesso è un lavoro tenebrosamente piacevole da ascoltare, che non aggiunge nulla di nuovo al panorama black metal esistente ma crea spunti realmente interessanti e funge da ideale volano per il nuovo e, speriamo, imminente lp della band ucraina.