Dauþuz – Monvmentvm

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Dauþuz in tedesco vuol dire morte. Crediamo che non ci sia migliore biglietto da visita per avvisare a cosa va incontro chi si accinge ad ascoltare questo nuovissimo “Monvmentvm”. Giunto alla quarta release ufficiale in tre anni, il duo tedesco, formato da Syderyth G. e Aragonyth S., già impegnati anche in diversi altri progetti, non sposta di una virgola la sua proposta legata ad un black metal vecchia scuola dai fortissimi connotati epici e maestosi, che fa della melodia il suo punto forte. “Monvmentvm”, a differenza delle precedenti uscite, risulta essere un lavoro più maturo e convinto delle finalità che vuole perseguire: creare un valico spazio-temporale tra il mondo reale e un mondo oscuro, freddo come la pietra, fatato e leggendario. La Naturmacht Productions, con fatica e dedizione, anno dopo anno, sta costruendo un rooster davvero degno di nota e, grazie alla qualità delle bands nel proprio catalogo, all’eleganza delle confezioni per collezionisti e alle edizioni curate, questa etichetta sta lentamente crescendo diventando sempre più importante in ambito underground. I Dauþuz suonano un black metal di stampo classico che non concede spazio a sperimentazioni di sorta. La copertina è sufficiente per farci capire che con il duo tedesco si torna ai tempi del medioevo: le loro scelte sono elementari, basilari ma dannatamente efficaci.

“Monvmenvm” in ogni caso è un lavoro ambizioso e lo si evince già scorrendo la tracklist: otto tracce, di cui tre strumentali acustiche e le restanti cinque con una media durata di oltre otto minuti, necessari per poter dare sfogo alla vena compositiva del combo e contenere tutte le variegate sfaccettature che la band sa donare alla propria musica. A differenza dei lavori precedenti, in questo capitolo è stata enfatizzata una certa vena folk, già preannunciata con “Des Zwerges Fluch” ep edito nel 2018. Ciò non è sinonimo di ammorbidimento del sound, in quanto pure in “Monvmentvm” i tedeschi sono belli incazzati e, dopo un rapido preludio di tuoni e pioggia, la prima traccia, “Schwarzes Wasser”, vero e proprio capolavoro di questo disco, epica e dannata, parte subito a mille all’ora, con un tremolo di classica matrice black metal oldschool che ci trascina nelle oscure lande rappresentate nella magnifica copertina. Lo scream acuto si sposa benissimo con il contesto marcio e inquietante che le atmosfere delle composizioni creano. Pare quasi che il combo ammicchi alla scena finlandese, che mai come quest’anno sta tornando alla ribalta, grazie alla continua ricerca di linee melodiche immediate e di facile memorizzazione. “Der Bergschmied” ha un classico riffing d’ispirazione bathoryana: l’epicità guerrafondaia è la base del pezzo, dominato da un main riff che sfuma passo dopo passo in rallentamenti atmosferici conditi da cori puliti che valorizzano il feeling epico del brano. Vi è quindi la parentesi acustica di “Hornstein”, che si ripeterà in “Kupferglanz” e “Himmelseisen”: non semplici riempitivi ma veri saggi di malinconia epica, posizionati sapientemente tra le lunghe tracce, come a voler creare un ponte e dare la possibilità all’ascoltatore di assaporare ogni singola nota intrisa di alone misterioso.

Esplode poi “Knochengrube”, la canzone più immediata e di breve durata del disco: anche in questo caso la band riesce però a inserire rallentamenti che creano spessore atmosferico, rendendo pure questa traccia un viaggio per vallate gelide e innevate. Questo aspetto, ovvero la ricerca continua dell’alternanza tra momenti molto tirati e parti più rallentate, ragionate ed atmosferiche, così come l’alternanza tra scream brutali e cori puliti, caratterizza tutto l’album e ne rappresenta in un certo senso sia il pregio che il limite: le canzoni sono dinamiche ma finiscono per avere tutte la stessa struttura e quindi somigliarsi, almeno ad un primo ascolto. Il disco è chiuso dalla title track, opera magna che racchiude il nuovo/vecchio corso della band, la quale sembra voler puntare, per il futuro, soprattutto in quella direzione epicamente oscura che tanto ricorda alcuni gruppi di culto fine anni novanta. La produzione è piuttosto cruda, tipicamente black, ma senza mai perdere in qualità, mentre i testi, rigorosamente in tedesco, narrano vicende storiche della Germania che fu. Di sicuro questo è il lavoro più ambizioso e maturo della band e rende giustizia ad una costante evoluzione del duo, che nel corso degli anni non si è fossilizzato su un genere “comodo” come il black più basilare e ortodosso ma ha saputo andare alla continua ricerca di nuove strade suggestive e atmosferiche, cercando e trovando un punto di incontro tra brutalità e riflessione.