Vananidr – Road North

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I Vananidr esordirono soltanto sei mesi fa con il buon omonimo album e oggi ci troviamo a recensire la loro seconda fatica in formato full length. È incredibile la vena creativa del mastermind Anders Eriksson, instancabile funambolo del black metal: l’artista originario di Stoccolma si dimostra davvero un fiume in piena nella scena black odierna e, dopo aver messo da parte il progetto Synodus Horrenda, embrione degli attuali Vananidr, gli Hydra, e svariati altri, ci regala questo nuovo “Road North”, che ci lascia davvero stupiti in quanto a qualità, a dispetto della produttività superiore alla media del nostro. Se l’omonimo disco dei Vananidr, uscito appunto lo scorso novembre, poteva contare su brani scritti tra il 2007 e 2008, “Road North” racchiude in sè spunti, idee e composizioni che il nostro eroe ha elaborato tra il 2010 e il 2017, completandole con liriche nuove di zecca. Com’è facile immaginare abbiamo a che fare con il naturale prosieguo stilistico del lavoro precedente, tuttavia l’impronta black è ulteriormente marcata e vi è anche una maggiore fluidità grazie all’alternanza tra i pezzi più tirati e quelli più cadenzati, che creano un contesto solenne ed epico. Un disco senza dubbio derivativo ma non per questo privo di spunti interessanti, che contraddistinguono ormai il sapiente marchio di fabbrica di Eriksson. Un lotto di undici pezzi che racchiudono l’essenza del black metal a tutto tondo, coinvolgendo tutte le contaminazioni della scuola classica nord europea, che si riassumono in “Cold Dead Skin”, apertura fiera e orgogliosa nel suo incedere martellante: non si tratta della classica black metal song a mille all’ora ma di un up tempo sostenuto da una doppia cassa, che inizia marziale per poi lasciar prendere il sopravvento a un’andatura più serrata, con le chitarre che tessono melodie oscure e glaciali. Cori eterei fanno la parte del leone nella lenta e struggente “Melancholy March”, il cui titolo riflette alla perfezione le atmosfere desolate e disperate che la song trasmette. Ma è in “Plains Of Desolation” che il nostro riesce a coniugare il meglio del black metal nord europeo: la malvagità norvegese si unisce a melodie svedesi più ragionate, con rimembranze finlandesi nei riff e nelle linee melodiche; un brano che da solo vale l’acquisto del disco e che rimane in testa già dopo il primo ascolto. Vi è anche spazio per mid tempos caratterizzati da un vena più epica, sottolineata da cori maestosi che ricordano i Bathory più melodici, quelli di “Blood On Ice” per intenderci: ne è un esempio magistrale “Ancient Powers”, anticipata da una breve intro, che risulta il pezzo più evocativo del lotto, grazie all’uso perfetto delle tastiere, che sottotraccia danno corpo e volume alla composizione, senza mai rendersi invadenti. Le ispirazioni sono svariate e, oltre ai già citati Bathory, credo che il nostro beniamino abbia ascoltato parecchio gli ultimi dischi degli Immortal e i lavori da solista solisti di Abbath, compreso il progetto I, viste certe analogie nelle metriche delle composizioni. Il vero valore aggiunto di questo platter è una signora produzione, opera dello stesso Eriksson, perfettamente coerente con la proposta della band: decisamente old school ma mai anacronistica, amalgama alla perfezione quelle sensazioni di morte e dannazione che trasudano da ogni nota. Non aspettatevi quindi suoni zanzarosi, come se il disco fosse stato registrato in una grotta, ma un suono abbastanza pulito, potente e soprattutto ben definito per tutti gli strumenti. Anche l’acida non sommerge la musica: particolare non da poco in una release underground, a sottolineare il minuzioso e professionale lavoro svolto dall’instancabile Erikkson.

Brani come “Raining Fire”, con il suo incedere thrashy melodico e depressivo, la brutale “Shadow Of The Past”, vero e proprio bignami black metal, oppure ancora “Beneath The Glimmering Surface”, abbellita da un guitar solo di rara fattura, dimostrano a che livello possono spingersi le capacità di questo poliedrico artista, che ha saputo racchiudere in questi primi due dischi della sua creatura tutta l’esperienza maturata nelle band precedenti, perfezionandola in maniera quasi maniacale. Risulta difficile giudicare “Road North” senza tener conto della precedente release per via dell’uscita così ravvicinata ma possiamo definirlo come un disco leggermente più vario e ancora più epico e ambizioso, che ha dalla sua brani lunghi, articolati e dotati ognuno della propria identità, concepiti da un’artista che ha il pieno dominio delle sue capacità e continuerà di sicuro a stupirci nel prossimo futuro. Con buona pace dei colleghi più blasonati, che oggigiorno spesso e volentieri si nascondono dietro a un moniker storico ma ormai stanco e imprigionato nel passato. I Vananidr sono una di quelle realtà che ti fanno ben sperare circa la possibilità che il black metal di stampo melodico, ma dannatamente legato alla vecchia scuola di metà anni novanta, possa vivere una seconda giovinezza. Un disco da avere assolutamente anche per l’elegante confezione a tiratura limitata messa come di consueto sul mercato dalla Purity Through Fire, un’etichetta sempre alla costante ricerca della qualità in tutto il mondo estremo underground.