K.F.R – L’Enfer À Sa Source

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In contemporanea con “Démonologue” esce, sempre in formato vinile e sempre in edizione limitata a 199 copie per la tedesca Purity Through Fire, questo “L’Enfer À Sa Source”, che segna il definitivo ritorno sulla scena underground di una delle realtà più luride e malefiche venute alla luce negli ultimi anni, ovvero K.F.R, one man band del francese Maxime Taccardi. Per quanto riguarda la storia del progetto ed il concept, particolarmente affascinante ed intriso di occultismo, vi rimando proprio alla recensione dell’album gemello “Démonologue”, del quale ci siamo già occupati di recente su queste pagine virtuali. “L’Enfer À Sa Source” è l’altra faccia della medaglia e, se “Démonologue” era una carrellata di evocazioni demoniache, specchio della follia e dell’inquietudine dell’autore, questo “L’Enfer À Sa Source”, con la sua copertina insanguinata a metà strada tra un autoritratto di Taccardi e il Pazuzu de “L’Esorcista”, è una vera e propria descrizione dell’inferno, inteso come entità fisica e metafisica, luogo reale ma anche e soprattutto proiezione distorta e indefinita della mente di Taccardi.

Ciò che gli altri, oggetto per me e per i quali io sono oggetto, percepiscono di me non arriverà mai a cogliere la mia essenza (e viceversa io non potrò mai cogliere la loro): l’inferno è quindi l’autentica incarnazione del nulla, il ritorno al nulla che precede l’esistenza e, in definitiva, l’impossibilità di esistere. Ma è anche, nell’immaginario angosciante di Taccardi, un luogo di torture fisiche, dove l’angoscia della non-esistenza, per qualche oscuro miracolo, prende forma e ci può infliggere un dolore reale.

Insomma, nella mente di Taccardi, suggestioni filosofiche colte, che rimandano ad autori come Schopenhauer, Bataille e Sartre, si confondono con gli incubi di carne e sangue di Clive Barker, in un tutt’uno inscindibile che sembra dover ripetersi all’infinito in un ciclo perpetuo, una spirale infernale nella quale l’unica certezza, conclusione e nuovo inizio, sembra essere soltanto la morte.

Un quadretto decisamente rassicurante, non è vero? E pensate, per rincarare ulteriormente la dose, che il nostro amico pare abbia utilizzato delle vere ossa umane per percuotere la batteria (almeno così è riportato nelle note di presentazione del disco), al fine di rafforzare l’afflato mortifero che intendeva trasmettere attraverso la propria musica deviata. Al netto di questa notazione a sfondo sensazionalistico, “L’Enfer À Sa Source” risuona davvero come un gorgo nerissimo nel quale per l’ascoltatore è facile perdersi irrimediabilmente, anche perché la musica di Taccardi non lascia alcun appiglio, priva com’è di ritmiche tradizionali, di strutture riconoscibili e perfino di riff che possano anche vagamente tranquillizzarlo.

Come già avveniva in “Démonologue” e nei precedenti lavori di questo progetto, anche in questo “L’Enfer À Sa Source” si prescinde completamente dalla forma canzone perché Taccardi si lascia andare a momenti di pura improvvisazione, mescolando chitarre ultra distorte e squarci dark/ambient necrotici e decisamente ossessionanti, oscuri e minimalisti: quello che ne viene fuori è un viaggio musicale nella sua bizzarra psiche, in territori melmosi e indefiniti, dove i Black Funeral più criptici incontrano i Belkètre più ostinati e gli Abruptum più indecifrabili, senza scordarsi dei vecchi Darkthrone (dai quali evidentemente non pare proprio possibile prescindere).

Il sound è estremamente ossessivo e ricchissimo di riverberi; si distingue spesso il suono di una specie di campana a morte e la voce di Taccardi è un ringhio minaccioso e torturato, inquietante come il lamento finale di un moribondo: tutto questo ci restituisce una sensazione diffusa di claustrofobia ed è indubbio che, al netto delle difficoltà che si potranno incontrare durante l’ascolto, questo lavoro raggiunge il proprio intento di disorientare ed annicchilire. Sartre ci disse che “l’inferno sono gli altri”; Taccardi invece ci insegna che “l’inferno, sei tu” ed aggiunge: “forse tu che mi condanni hai più paura di me che sono condannato”. Non mi resta quindi che augurarvi di cuore buona dannazione.