Barbarian – To No God Shall I Kneel

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Per il sottoscritto questo disco dei nostrani Barbarian è stata davvero una sorpresa travolgente e senza mezzi termini uno dei migliori ascolti di questi ultimi mesi: energetico, fresco ma allo stesso tempo assolutamente metallico e fieramente, dannatamente old school. Ma andiamo con ordine. I nostri provengono da Firenze e sono un power trio formato da Borys Crossburn alla chitarra e alla voce, Blackstuff al basso e Sledgehammer alla batteria; attivi dal 2009, hanno alle spalle tre album, oltre alla demo d’esordio e ad uno split in compagnia dei siciliani Bunker 66. Questo “To No God Shall I Kneel” rappresenta quindi la loro quarta fatica sulla lunga distanza e vede la luce grazie alla sempre attivissima e ormai rodata Hells Headbangers Records, con la quale il sodalizio era iniziato fin dal 2016 con la pubblicazione del precedente “Cult Of The Empty Grave” e proseguito l’anno successivo con l’uscita dell’omonimo ep. Il nome della band ed il minaccioso barbaro armato di ascia e dalle fattezze di troll mostruoso, che i nostri sembrano aver adottato come loro mascotte e che riproducono sulla copertine dei loro lavori da un po’ di tempo a questa parte (opera di Shagrat degli statunitensi Acid Witch), evocano già un immaginario fantasy/eroico che rimanda alle saghe di Conan e al mondo descritto dai racconti di spada e stregoneria di Robert Ervin Howard e che inevitabilmente stuzzica la mente del metallaro medio con rimandi ai vari Manowar, Cirith Ungol e compagnia epicheggiante.

E l’eredità di queste band fondamentali è ben presente nella musica dei Barbarian, che tuttavia ne forniscono una loro personale versione, particolarmente grezza e primitiva, unendo queste suggestioni ad influenze più radicali ed estreme, in un mix letale che chiama in causa la tradizione speed/thrash e proto black anni ottanta ed i successivi epigoni, dagli imprescindibili Venom a gruppi come Desaster e Usurper, fino agli ultimi Darkthrone (questo “To No God Shall I Kneel” piacerebbe sicuramente al buon Fenriz, sono pronto a scommetterci), spingendo sul pedale dell’arroganza metallica ma senza tralasciare pregevoli fughe melodiche dal sapore classico e dannatamente heavy. Per definire la musica proposta dai nostri in questa loro ultima fatica si potrebbe quindi parlare di una sorta di epic/speed/thrash/black: uno stile che i Barbarian hanno raffinato nel corso degli anni, levigando le maggiori asprezze e spigolosità che la loro musica presentava agli esordi, più legati alla tradizione inaugurata dai vari Bathory, Hellhammer e Celtic Frost, senza per questo perdere un’oncia della loro carica aggressiva e conservando (fortunatamente) intatte quell’ignoranza e quell’irruenza che tanto disgustano i profani quando pensano vagamente al metal.

“To No God Shall I Kneel” è un vero manifesto di estetica barbara, che pare provenire direttamente dal 1984, giocando con gli stereotipi del genere, senza mai scadere nella mera operazione nostalgia: e canzoni come la terremotante e sanguinolenta “Hope Annihilator” o la più cadenzata ed epica “Sheep Shall Obey” sono lì a dimostrarlo, con tutta la loro carica primordiale. Per non parlare dell’ottima “The Old Worship Of Pain”, che parte come un furioso assalto thrash per poi sfociare in una magniloquente cavalcata di metal melodico, chiamando in causa a più riprese vecchi Iron Maiden e Running Wild; o ancora della conclusiva, epicissima, title track, con quel gioco tra basso e batteria che non può non richiamare alla mente la celeberrima “Warriors Of The World United” dei già citati Manowar, e quel chorus a metà tra voce pulita e canto da osteria, che spingerebbe chiunque ad armarsi di spadone e a lanciarsi senza timore contro i nemici del vero metallo.

Insomma i Barbarian riescono perfettamente nel loro intento di farci fare un balzo indietro nel tempo di almeno una trentina d’anni, rispolverando e dando nuovo smalto a sonorità tanto semplici nella loro sguaiata immediatezza quanto terribilmente coinvolgenti ed esaltanti per qualunque ascoltatore che mastichi un po’ di metal anni ottanta. E ho lasciato deliberatamente per ultima (last but not least, come direbbero gli anglofoni) l’opener “Obtuse Metal” (che forma un programmatico trittico con “Total Metal” e “Absolute Metal”, apparse nei lavori precedenti, secondo una tradizione che probabilmente i nostri seguiranno anche in futuro), vero emblema dell’album e fotografia degli attuali Barbarian e della loro tendenza a mescolare con efficacia rigurgiti estremi a un sound più classicamente metallico: mi sono bastati l’adrenalinico riff iniziale, la rozza strofa e l’anthemico chorus per diventare seduta stante un fervente seguace del “metal ottuso”, espressione che, se vogliamo, cattura l’essenza della musica dei Barbarian più e meglio di qualunque altra definizione. Nella speranza di potermi svitare il collo vedendoli dal vivo, per ora che altro posso aggiungere se non “whimps and posers, leave the hall”?

REVIEW OVERVIEW
Voto
78 %
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