Lapis Niger – Curse Of The Myths

0
360

Dei romani Lapis Niger si erano perse le tracce ormai da diverso tempo. La band nasce nel 2003 e prende il nome dalla “pietra nera”, sito archeologico collocato nell’area del Foro Romano che viene tradizionalmente considerato il luogo di sepoltura di Romolo, e per questo luogo funesto, e conserva una delle più antiche testimonianze scritte in lingua latina, la prima conosciuta ad uso pubblico: un’iscrizione bustrofedica in caratteri greco-estruschi che, secondo la ricostruzione più accreditata, malediceva, consacrandolo alle divinità degli inferi, chiunque violasse quel luogo sacro. La band, capitanata dal cantante e chitarrista Zrohell dà alle stampe due lavori, dei quali ci siamo occupati su queste pagine virtuali, ovvero l’esordio “New Order Of Chaos” del 2005 ed il successivo “Fuckin’ God Cult” del 2010, due dischi di granitico e spigoloso black metal, caratterizzati da un sound tradizionale e spaccaossa che, pur non facendo gridare al miracolo, attirano comunque le positive attenzioni del pubblico di nicchia al quale erano rivolti e della critica di settore. Il gruppo entra quindi in una fase di stallo che termina nel 2017, quando Zrohell decide di riprendere l’attività interrotta, reclutando Regulus alla batteria e Veneficus al basso, entrambi provenienti dai concittadini Noctifer, band della quale del resto lo stesso Zrohell aveva fatto parte in passato, ai tempi della pubblicazione dell’ep “Odiosa Vis Astrorum”.

La storia dei Lapis Niger è dunque caratterizzata da pause piuttosto lunghe tra un’uscita e l’altra, pause che comunque non hanno impedito al sound della band di mantenere una solida compattezza ed una coerenza di fondo rispetto agli intenti iniziali che possiamo facilmente riscontrare anche in questa nuova fatica. “Curse Of The Myths” infatti riprende il discorso da dove il precedente “Fuckin’ God Cult” l’aveva interrotto, proponendoci poco meno di venti minuti di black metal muscolare e granitico, caratterrizato da un riffing sferzante e serrato, tagliente e gelido, che tuttavia non disdegna qualche puntatina in territori più melodici e sulfurei, pregni di un’atmosfera infernale: reminiscenze di un sound decisamente classico, a metà strada tra Norvegia e Svezia, tra sensazioni mortifere e furia proveniente direttamente dagli abissi incadescenti dell’Averno, reso in maniera egregia da una registrazione finalmente potente e sostenuta da una sezione ritmica precisa e puntuale, che detta i cambi di tempo e conferisce ai pezzi il giusto dinamismo, necessario per mantenere desta l’attenzione dell’ascoltatore. La musica dei Lapis Niger è rimasta legata ad una concezione molto “old” del black metal e ad un background che rimanda inevitabilmente ai primi anni novanta. Suonano come vent’anni fa (e forse più), con tutto ciò che questo comporta, nel bene e nel male, rivendicando in ogni caso con fierezza e coerenza una sostanziale continuità stilistica con sonorità che tutti gli appassionati del genere ben conoscono e in larga misura apprezzano. A conti fatti ciò che possiamo ascoltare in questo “Curse Of The Myths” non è molto distante da quanto proposto da altre realtà italiane come Handful Of Hate, Malfeitor, Rexor, Natassievila o gli stessi Noctifer.

Paragoni, forse inevitabili, a parte, tuttavia è innegabile e va doverosamente sottolineata la crescita della band a livello compositivo ed esecutivo: se nelle loro prime manifestazioni discografiche Zrohell e compagni davano ampio sfogo a soluzioni di puro istinto, veloci e violente, qui tutto appare più ragionato e, accanto a stralci d’impatto belluino, trovano spazio arrangiamenti più complessi e studiati; ne è un esempio lampante l’opener “Demetra’s Art”, a mio giudizio forse il miglior pezzo mai composto dai Lapis Niger, molto equilibrata ed efficace nella sua alternanza tra stacchi al fulmicotone e momenti più cadenzati ed oscuri, impreziosita sul finale da brevi cori in clean vocals in sottofondo, malignamente epici. In definitiva si tratta di un ritorno ampiamente positivo, per una band che adotta uno stile assolutamente ortodosso e sicuramente inflazionato (almeno dal 2000 in poi) ma che riesce da sempre, e in particolare in quest’ultima uscita, ad interpretarlo in modo convincente, con la giusta umiltà e la giusta attitudine.