Attivi da una quindicina d’anni, gli abruzzesi Black Faith hanno dato alle stampe un full length (“Jubilate Diabolo” del 2013), oltre ad un paio di split in compagnia di Khephra, Acheronte e Silberbach. È tuttavia con il più recente “Nightscapes” che i nostri hanno conquistato un’indiscutibile maturità compositiva, realizzando un album di puro ed incontaminato true black metal a tutto tondo, granitico ed aggressivo ma al tempo stesso pregno di quelle atmosfere cupe e malinconiche che da sempre caratterizzano il genere, un lavoro che ha veramente poco da invidiare alle ultime produzioni di più noti colleghi stranieri. Andiamo allora a scoprire qualcosa di più su questa interessante realtà nostrana attraverso le parole del membro fondatore (voce e chitarre) Snarl, che si è prestato volentieri a rispondere alle nostre domande.

Ormai i Black Faith sono sulle scene da una quindicina d’anni. Vuoi brevemente tracciare la loro storia e fare un primo bilancio dell’esperienza del gruppo?

Ciao e grazie dell’intervista concessaci. I Black Faith sono nati a Pescara nel 2004, e dopo alcuni anni di formazione instabile abbiamo trovato il nostro assetto da metà 2009, poco prima di pubblicare l’ep “Jubilate Diabolo (Promo Version 2010)”, con Hyàkrisht alla batteria, Acheron al basso e alla seconda voce, e Funestum (poi rimpiazzato da Attar) alla seconda chitarra. Da allora francamente sono state soddisfazioni su soddisfazioni, una dietro l’altra. Abbiamo avuto un’attività live costante sia al nord che al sud che al centro Italia, e soprattutto due full length dei quali siamo proprio soddisfatti, ovvero “Jubilate Diabolo” (2013, Mother Death Prods) e “Nightscapes” (2017, Throats Productions) più un paio di split e abbiamo partecipato ad alcuni grandi eventi. Adesso si tratta di continuare così, con nuovi concerti e nuove releases.

Il vostro ultimo lavoro, “Nightscapes”, è uscito da poco: siete soddisfatti del risultato finale e dei feedback ricevuti?

Siamo certamente soddisfatti del risultato finale o non lo avremmo mai pubblicato. E nonostante questo, “Nightscapes” sinceramente mi ha sorpreso sia a livello di vendite, sia per il feedback positivo dato dalle recensioni o dalle opinioni personali, visto che i voti e le opinioni espresse dalle webzines sono finora tutti nettamente più alti di quelli che al tempo ottenemmo per “Jubilate Diabolo”. Sapevamo di aver fatto un album per il quale ce l’avevamo messa tutta o quasi, ma pare che i giudizi siano molto positivi sia in Italia che specialmente all’estero. Decisamente “Nightscapes” sta lasciando il segno!

Raccontaci il processo compositivo dell’album. Quali emozioni avete voluto far emergere? E quali influenze musicali?

La composizione l’ho cominciata a fine 2012, essendo io il principale compositore dei Black Faith, e piano piano i brani sono venuti uno dopo l’altro. Dopo aver fatto qualche brano, il concept lirico di “Nightscapes” cominciò a prendere forma e da lì scrissi canzoni che cercassero di rispecchiare l’avanzamento della trama, lavorai sul mood e cercai di dare alle canzoni un feeling amaro, a volte rabbioso, altre turbato e altre triste. Nel frattempo, Acheron e Attar stavano lavorando su di alcuni brani che stavano componendo, e così anche loro contribuirono a formare l’album, così come Hyàkrisht con la sua traccia conclusiva, il tutto ben amalgamato per rispecchiare il concept fedelmente. Credo che la maggiore eterogeneità compositiva abbia aggiunto varietà all’album intero, che è brutale e minaccioso a volte, ma anche più malinconico, grigio e desolato in altre. Queste sono le emozioni che abbiamo voluto trasmettere in musica, e vanno di pari passo con il concept di “Nightscapes”. Per quel che riguarda le influenze musicali, la risposta è noi e solo noi stessi! Abbiamo sempre cercato di suonare il più personale possibile sia coi testi che con la musica, e quindi non teniamo mai conto di eventuali influenze musicali, specialmente se si tratta di dare musica ad un concept. A dirtela tutta, io credo che le influenze musicali siano soggettive perlopiù… sono di quelle cose che non controlli e che se anche le metti nella tua musica lo fai spontaneamente e comunque filtrate secondo il tuo punto di vista. In altre parole, se anche sapessi cosa mi influenza musicalmente, non ho la più pallida idea né di come né di quanto mi influenza.

Purtroppo non ho avuto modo di leggere i testi. Di cosa trattano le liriche? C’è un tema ricorrente di fondo?

Certo, come detto sopra “Nightscapes” è un concept album, ma per quanto io gradisca molto parlare di musica e di impressioni date dalla musica o dai testi, desidero che ogni ascoltatore si metta con i testi davanti e li legga mentre ascolta l’album, dopodiché chiacchiererò più che volentieri davanti a una birra con chi vuole condividere opinioni sui testi o sulla musica dei Black Faith. Questo va bene, ma i testi non li descriverò pubblicamente. Non è il musicista che dev’essere giudicato per cosa e come scrive dopo che te l’ha dovuto spiegare: è il pubblico che, se sente dentro di sé ciò che scriviamo e vorrà formare un legame, ce ne verrà a parlare e condividerà opinioni con noi. E noi ne parleremo sempre volentieri ma non useremo i nostri testi come immagine da sbandierare o peggio ancora come la versione breve di chi siamo. Solo una cosa dev’essere chiara: non c’è niente di fantasy nei miei testi. Non ho mai scritto niente di inventato o di fittizio.

In “Nightscapes” sono presenti diversi ospiti provenienti da varie realtà italiane (da Mancan e Sicarius degli Ecnephias a Xes degli Infernal Angels, tanto per citarne alcuni). Come sono nate queste collaborazioni?

È tutto avvenuto in maniera casuale, e alla base di tutto c’è l’amicizia con questi musicisti e la stima reciproca. Tutto partì mentre il concept dell’album prendeva forma, con il mio desiderio di usare la voce baritona di Mancan degli Ecnephias per un intermezzo musicale, così feci la richiesta coinvolgendo anche il loro tastierista, Sicarius. Da allora ci venne naturale esaltare i diversi stili dei brani con altri musicisti, e così ci avvalemmo dello screaming basso e ringhiante di Xes (Infernal Angels) in “Culmination Of Injustice”, della voce baritona e della tastiera malefica di Mancan e Sicarius (Ecnephias) in “Preghiera”, della voce diabolica di Lord Of War (Athanor, Hellsteps) e della chitarra solista di Triumphator (Atavicus) in “Throwback!”, degli arpeggi di chitarra di Kjiel (Eyelessight) in “Nightscapes” e “The Shadow Line” e della voce acida di Sinister (Solitude Project, Catechon) in “Consecrabor”. Tutti accettarono senza problemi visto che la reciproca stima già c’era da anni, e poi la creatività non è mai un male, è stato divertente perché questa è una di quelle cose che in Italia non si fa tanto, ma che per me invece accentua le sfumature compositive dell’album.

Più in generale, e collegandomi alla domanda precedente, ti chiedo: qual è la tua opinione sulla scena (black) metal italiana?

La mia opinione è che bisogna fare albums, promozione e concerti in continuazione, cercando di limitare internet al solo scopo promozionale e nulla più, evitando di sfruttarlo come metodo per ghettizzarsi o per formare circolini chiusi che oltre a formare qualche amico virtuale, non vanno oltre. È anche per questo che il concetto di “scena” a me non è mai piaciuto: se suoni in giro e ti fai notare per meriti musicali è bene, altrimenti se non spacchi, non spacchi e basta, e parlare di “scena” sui social network o (al tempo) sui forum serve solo a dare l’illusione di essere qualcuno perché si sta a contatto con altri musicisti dello stesso genere. Mi starebbe bene se poi da qui si mettesse qualcosa in pratica, ma non è  così: si creano circoli tanto chiusi quanto improduttivi, e di fatto così ci si torna a ghettizzare, con un ambiente costituito da tanta gente tutta ghettizzata che non comunica e che proprio per questo motivo ristagna. Tutto questo è dannoso sia per l’ambiente tra musicisti, sia per l’audience, che trovandosi in mezzo a una situazione così strana, preferisce non perderci tempo. Detto questo, c’è un buon movimento di gruppi black metal, di locali e di organizzazioni lungo tutta la costa adriatica, dal Veneto fino alla Puglia, ma occorre che qualcuno dia un’opportunità a questi ragazzi, ci servono ancora più organizzatori e labels che credano in loro, che li mandino in giro a suonare all’estero e che pubblichino i loro album in una maniera decente e non con tirature limitatissime che affollano solo internet e non chi davvero colleziona musica. Questo è l’aspetto deficitario del black metal in Italia: la pochissima promozione, la chiusura mentale e la sostanziale scarsa propensione a capire una concorrenza leale e produttiva. Il black metal non è più da tempo un genere di nicchia: è un genere dove serve una certa professionalità e dove le cose vanno fatte con criterio. Vediamo di capirlo, visto che fortunatamente i concerti black metal sono nettamente più frequenti in Italia rispetto ad esempio a dieci anni fa.

A proposito di concerti, com’è la dimensione live dei Black Faith? Quali sono state le esperienze dal vivo più significative per la band?

La nostra filosofia è sempre stata la seguente: “Il black metal è metal, e il metal si porta sempre sui palchi”. Noi non siamo mai stati una studio band e personalmente non capisco molto chi fa dischi ma non suona dal vivo o se lo fa suona sempre con qualche amico al locale sotto casa. Qua e là nella nostra musica si sente qualche influenza thrash, e questa è l’attitudine dei Black Faith che cerchiamo di riproporre dal vivo: cerchiamo di far fare headbanging e di far pogare il pubblico, vogliamo che si diverta e che alzi le braccia quando suoniamo. Allo stesso modo noi non suoniamo rivettati sul palco, ma cerchiamo di muoverci, di fare headbanging e di rendere il concerto il più dinamico possibile. Questo è un concerto dei Black Faith: un black metal che sia anche molto metal. Riguardo alle esperienze più significative dal vivo, ti risponderei: “la prossima”, ma per ora quelle che personalmente ricordo più volentieri sono quella del decennale dei Black Faith nel 2014, e quella dell’Howling At The Moon nel 2015, perché fu là che personalmente scoprii che tante bands della costa adriatica suonavano insieme e c’era intesa reciproca. Cosa rara in Italia, non trovi?

Molti gruppi e progetti solisti oggi sono propensi a diffondere la loro musica soltanto, o prevalentemente, in formato digitale. Come ti poni rispetto a questa tendenza, forse inevitabile ma che, a mio avviso, diminuisce non di poco la completezza artistica del lavoro e la “magia” legata in qualche modo al supporto fisico?

Il formato digitale è comodo per noi recensori e anche per far conoscere velocemente la band, ma secondo me non è ottimale se vuoi che il prodotto duri. È troppo anonimo, le bands vengono tutte spersonalizzate sia graficamente che come immagine, e sinceramente credo anche che alla lunga diventi insensato, perché è pur sempre un normalissimo file dove non c’è niente da vedere o che sia esteticamente diverso da un qualsiasi sample. Francamente, io credo che questo del formato digitale sia un falso problema dettato sempre dal fatto che la gente fa fatica a staccarsi da internet per ogni singola cosa. Così come non puoi fare una carriera sui social network e non puoi diventare colto scaricandoti pdf, allo stesso modo per me non puoi essere fanatico della musica se hai solo degli mp3. Chiunque può scaricare musica, ma solo i veri appassionati di musica vogliono anche il disco, e questo non certo per il “supporto” o altri dogmi da social network, ma semplicemente perché la musica la vuoi collezionare e ci tieni a conservartela. Concluderei questo discorso dicendo che se qualcuno pensa che il download digitale abbia reso la musica più a portata di mano, io rispondo che nessuno è diventato almeno un po’ famoso grazie al download gratuito.

Lascio a te le ultime parole…

Grazie per l’intervista, il 4 Febbraio è uscito “Nightscapes”, il nostro secondo full length. Si tratta di 67 minuti di una musica dove c’è tanto da ascoltare, ragionare e comprendere sia come musica che come contenuti. Fatelo vostro! Ci vediamo all’Orange di Pescara, o al Ride n Roll, di Chieti.

 

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