Bat – Axestasy

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Inutile girarci troppo intorno, bands come Marcyful Fate, Motörhead, Venom, Sodom e via dicendo, hanno fatto la storia e contaminato, chi più chi meno, in modo sufficientemente diretto i gruppi che diedero vita all’embrionale scena black metal, per poi evolversi verso altri lidi sempre più estremi e variegati. Pure i Bat, nonostante abbiano visto la luce solo nel 2013, hanno subito queste influenze. Il trio di Richmond, Virginia, irrompe sul mercato dopo tre anni dal proprio debut album, che già lasciava presagire gli intenti della band, ossia, essere un carrozzone di puro divertimento alcolico all’insegna di quel suono primordiale che ha radici lontane e si ciba voracemente del sound coniato da Lemmy, Cronos e compagnia. Nulla è cambiato da “Wings Of Chains” del 2016 e i nostri continuano a spingere forte sull’acceleratore per tutti i quattordici minuti di durata di questo ep: un po’ pochino visto il tempo di gestazione dello stesso, ma considerato che il vocalist/bassista Ryan Waste e il chitarrista Nick Poulos sono attivi con i più conosciuti Municipal Waste, i Bat rilasciano materiale solo quando i componentiriescono a mettere insieme il tempo e le forze. C’è da dire che “Axestasy” è un gran bell’ep che ci fa fare un balzo indietro nel tempo, come se fossimo a bordo di una Delorean: ricordatevi di portare con voi il chiodo in pelle usurato e sbiadito, i jeans elasticizzati e le Reebok Pump bianche, a coronamento dell’outfit perfetto per l’occasione.

Premere il tasto play è l’inizio di un piccolo viaggio dentro quei rock club della prima metà degli anni ottanta, dove l’odore acre e il fumo delle sigarette rendevano l’aria irrespirabile, le birre erano di qualità discutibile, le tette delle belle ragazze erano valorizzate da idonne scollature e le insonorizzazioni approssimative rendevano l’audio insopportabile. Un retrogusto vintage che esplode con “Wild Fever”, una song che potrebbe essere una cover dei Motörhead: giro di basso distorto in apertura e chitarre taglienti danno il via alle liriche graffianti e acide di Ryan Waste, che si sposano alla grande col sound della band, questa volta ancora più attenta alla cura delle linee melodiche strumentali, valorizzate da bei grandi solos di chitarra.

Insieme all’opener “Wild Fever” non si può non citare la potente “ICE”, altro pezzo di qualità superiore, grazie al suo incedere che ricorda l’horror punk di scuola Misfits, valorizzato anche da un grande solo tendente all’arabeggiante. Il drummer Felix Griffin (ex D.R.I., band culto del panorama hardcore/thrash/crossover americano) detta i tempi come un fabbro che martella sull’incudine senza pietà, e “Ritual Fool” irrompe con la sua andatura hardcore che scatenerebbe un mosh forsennato pure nel bel mezzo di una riunione di chierichetti. La produzione è di pregevole fattura, in perfetta sintonia con la proposta old school della band: potente, rozza ma assolutamente pulita e ogni stacco e passaggio è nitido e cristallino come la neve. In chiusura la title track che, dopo una breve intro, aggiunge quei riferimenti thrash che negli altri pezzi erano stati messi leggermente in secondo piano, portando a compimento l’obbiettivo di questo dischetto: incenerire i nostri altoparlanti e farci fare un bel tuffo nel passato con un quarto d’ora scarso di musica che non vuole essere altro che un tributo ai bei vecchi tempi. Una simpatica release, da ascoltare senza troppo impegno in compagnia di qualche debosciato nostalgico e qualche cassa di birra scadente.