Cemetery Lights – The Underworld

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E venne il giorno. Il tanto agognato giorno del debutto sulla lunga distanza finalmente è arrivato anche per la occult black metal band di Rhode Island, USA, Cemetery Lights, creatura dannata e oscura figlia del mastermind The Corpse, inquieto e misterioso personaggio, factotum del progetto, che abbiamo avuto il piacere di intervistare poche settimane fa e che ci ha accompagnato come Virgilio fece con Dante, in un viaggio tra i misteri più nascosti dell’aldilà greco, tra nebbie e demoni. I Cemetery Lights debuttano sul mercato appena lo scorso anno con due demo (“Lemuralia” e “The Church On The Island”) che sono riusciti a catalizzare subito l’interesse di noi addetti ai lavori, grazie al sound primitivo e alla magia oscura sprigionata attraverso un riffing ossessivo di altri tempi e vocals provenienti dall’oltretomba. “The Underworld” è la naturale prosecuzione di questi due iniziali lavori e ripropone il medesimo sound, che ha origini lontane e trae grande ispirazione dal black metal primordiale greco, come cristallizzato nei primissimi dischi di Varathron o Rotting Christ, e dai primi seminali lavori di Treblinka e Tiamat, con le loro atmosfere dannate e malvage. La Nuclear War Now! ci ha visto lungo e ha subito messo sotto la sua ala la band, che finalmente in questo full length riesce a esprimere al meglio la sua devozione alla storia con un concept che ci porta indietro nel tempo, nell’antica Grecia, come intuibile già dalla bellissima cover, e in ogni singola song racconta ed esplora i diversi regni dell’aldilà ellenico. Un concept ambizioso soprattutto per chi, vivendo dall’altra parte del mondo, è inglobato in una cultura completamente differente, capitalista e modernista: doversi calare tra colonne doriche e conflitti angolari, templi e svariati dei, è stato di sicuro un lavoro arduo, che solo per questo merita una particolare attenzione. Il viaggio nell’aldilà è lungo e tortuoso ma The Corpse conosce bene la strada e ci porterà per mano lungo gli otto capitoli che compongono questa vera e propria opera letteraria, abbellita da una malefica colonna sonora opportunamente adattata dal nostro artista. “Erebos” apre le danze in maniera tendente al doom più funereo, per poi trasformarsi e mutare in un’autentica black metal song che profuma di tempi andati, così come la seguente “Hades”, con parti iniziali drammaticamente lente, che lasciano spazio ad up tempos saggiamente accompagnati dalle vocals di The Corpse, che ricopre il ruolo di menestrello della morte canzone dopo canzone.

Nel platter è costante una vena nostalgica che affiora nei riff più cadenzati e ci porta indietro ai primi anni ottanta, facendoci ricordare persino gli italiani Death SS (il riff di variante centrale di “Hades” ad esempio), permeando tutto il disco con questa blasfema attitudine che si riflette spesso e volentieri nei solos di chitarra disarmonici e malefici. Con “Isle Of The Blessed” si raggiunge uno degli apici del disco: una song riuscita come poche che, in condivisione con la precedente “Elysium”, racconta il paradiso greco; un’intro lenta e funebre dà spazio ad una canzone brutale ed esasperata, alla continua ricerca della luce scappando dall’oscurità, attraverso un progressivo cambio di riff che da malinconici si fanno via via sempre più epici e fieri (con la batteria per la prima volta impegnata in un blast beat importante), andando a scemare sino alla fine della canzone che termina com’era iniziata. La strumentale “Shores Of Akheron” conclude la prima parte del disco e introduce al trittico finale che, con “Olympos”, “Tartaros” e “Fields Of Asphodel”, affronta tematiche ancora più intricate e tetre. La prima racconta come il regno degli dei olimpici divenne la dimora di alcuni mortali defunti, con un tempo lento e dilaniante, ricordando la vecchia scuola doom e trascinandosi per sei minuti di agonia, strisciando sulla calda terra del Partenone, mentre le ultime due si addentrano nei territori del tormento eterno, con strutture piuttosto differenti: la prima è una vera e propria black metal song tirata e senza compromessi, tra le più devastanti del lotto, mentre la seconda, posta in chiusura, è una delle tracce più lunghe del disco e ci accompagna alla fine del nostro viaggio in maniera lenta e pacata, puntando tutto sull’atmosfera.

Caratteristica dei Cemetery Lights, come già si intuiva dalle due precedenti demo tape, è utilizzare una struttura molto semlice nelle song, con un riffing elementare, quasi da principiante, ma dannatamente efficace. The Corpse ha saggiamente ricercato una composizione scarna in ogni singolo pezzo, come se il disco venisse direttamente dal passato, e tutto ciò è stato avvalorato attraverso una produzione sporca che, a dire il vero, pur rispettando le scelte dell’artista, non valorizza effettivamente la riuscita delle canzoni ma ne affossa leggermente la resa per via dell’eccessiva sporcizia del suono, per il suo essere confusionario e, soprattutto, per la poca potenza che ci costringe ad alzare parecchio il volume per riuscire a sentire decentemente il disco. Tuttavia si tratta di una scelta ricercata, come ampiamente spiegato in sede di intervista. “The Underworld” è un disco particolare, dove nessun brano spicca sugli altri, ma tutti sono parte integrante dello stesso disegno concettuale: l’opera riesce comunque ad emergere per la sua originalità nel fittissimo panorama underground estremo, grazie al sound vintage e oscuro e alle soluzioni secplici ma vincenti. Per chi volesse farsi un tuffo nel passato e per chi ha amato la scena ellenica di inizio anni novanta, ma non solo: qui c’è pane per i vostri denti. E già non vediamo l’ora di poter avere tra le nostre mani futuri lavori dei Cemetery Lights.