Djevel – Ormer Til Armer, Maane Til Hode

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Se dovessimo indicare una band che incarna ancora la mentalità e l’attitudine del black metal norvegese vecchia scuola, quello dei Djevel sarebbe un nome papabile. In un decennio, con determinazione e abnegazione, si sono ritagliati lo status di cult band grazie ad una serie di uscite discografiche di spessore, tra album, split ed ep. “Ormer Til Armer, Maane Til Hode” rappresenta la sesta fatica sulla lunga distanza dei nostri: a distanza di un anno e mezzo dal precedente “Blant Svarte Graner”, il power trio di Oslo fa un passo indietro, eliminando praticamente del tutto gli inserti acustici che ben si sposavano con la loro furibonda proposta estrema, lasciando che la furia cieca del black metal più ortodosso e primordiale ci investa con tutta la sua brutalità più ruvida e massacrante. Archiviata la parentesi acustica strumentale dell’atmosferico ep “Vettehymner”, che ci presentava la band in una veste del tutto inedita ma al contempo sempre inquietante e affascinante, i nostri decidono di spingere il piede sull’acceleratore come non mai, per un ritorno alle origini dove il black metal tradizionale anni novanta torna prepotentemente alla ribalta senza lasciare prigionieri. Cosa aspettarsi allora dai Djevel nel 2019? Semplice, tanta brutalità spesso incontrollata, che si alterna a rallentamenti costanti nei brani, pregni di malinconia e di epicità.

Otto pezzi dai lunghi titoli in lingua madre, complessi e articolati, che grazie alla loro lunga durata danno la possibilità alla band di esprimersi al meglio, lasciandosi andare ad una moltitudine di cambi di tempo ed atmosfera, passando dalle sferzate di blast e tremolo devastanti e classiche a mid e up tempos dove il piglio epico prende il sopravvento. Se con l’opener veniamo gettati nella mischia da un attacco frontale devastante, tra scream e blast che ci fanno tornare indietro di venticinque anni, nella quarta traccia, “Dreb Dem Alle, Herren Vil Gjenkjenne Sine” le atmosfere si fanno più ragionate e marziali, risultando completamente differenti seppur coerenti con la proposta di Mannevond e compagni, così come in  “Ved Hildr’s Haand For Hel” dove i rallentamenti e l’utilizzo del tremolo sulle note acute riescono a creare atmosfere di perdizione e follia.

A volte la musica evoca epicità gagliarda e man mano che l’album progredisce, si possono ascoltare esempi di sperimentazione musicale, come in “Det Eders Herre Lover Er Mer Enn Hva Mennisket Taaler”, una delle più belle tracce del disco, dove il ritmo è ancora più rarefatto e i canti in clean vocals del singer Ciekals creano un feeling quasi liturgico che affascina e ammalia grazie ad un’ispirazione oscura e blasfema. L’occulto non è mai stato così presente in un disco dei Djevel e già dalla copertina si percepisce la nuova direzione della band: il nero acquista una posizione predominante e la produzione, scarna, cruda, volutamente spartana e decisamente low-fi, mette in risalto l’attitudine d’altri tempi della band, anche se in alcuni momenti penalizza la resa sonora, soprattutto per quanto riguarda la batteria che ha un suono eccessivamente sporco e “goffo”, anche se si riescono a capire sufficientemente i fill messi in opera da Faust, autore di una buona prova, seppur senza virtuosismi ma orientata totalmente all’impatto e all’efficacia.

Probabilmente dopo un primo ascolto saremo investiti da sensazioni contrastanti. Chi già conosce la band rimarrà di sicuro un po’spiazzato per il ritorno a un songwriting così acerbo e violento e ad una produzione più primitiva, ma ci sarà qualcosa che ci invoglierà a riascoltare il platter per capire dove il gruppo voglia andare a parare e solo dopo svariati ascolti riusciremo veramente a penetrare nello spirito dei solchi di “OrmerTil Armer, Maane Til Hode”, comprendendo ogni sua sfaccettatura, tra suoni plumbei e spesso rarefatti e chitarre che creano apocalissi sonore ma sempre epiche e fiere, dove la melodia è costantemente di casa. Seppur scrivendo un disco differente dal bellissimo predecessore (e non raggiungendo quella capacità compositiva), i tre ragazzi di Oslo escono sul mercato con un lavoro che ricalca fedelmente lo spirito iconico e blasfemo di quello che fu il black metal puro a metà anni novanta in Norvegia.Un disco che è qualitativamente superiore alla media nel suo genere e che catapulta i Djevel sul podio del black metal norvegese con buona pace di tutti, rimarcando la violenza e la cattiveria del true black metal e prendendosi la briga di sperimentare senza mai perdere di vista l’adorazione al sommo angelo nero. “OrmerTil Armer, Maane Til Hode” è un disco che consigliamo a chiunque ami il vero black metal senza fronzoli o contaminazioni da femminucce. Chi preferisce altro meglio che vada a pettinare le bambole.