Netherbird – Into The Vast Uncharted

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I maestri del blackened death melodico svedese tornano alla grande con il loro quinto full length “Into the Vast Uncharted” e lo fanno ribadendo, come se ce ne fosse bisogno, la loro supremazia in un genere che oggi più che mai risulta inflazionato a causa di una miriade di bands che difficilmente riescono a emergere per qualità e ispirazione compositiva. Non è così per i Netherbird che, a tre anni di distanza dal buon “The Grander Voyage”, rincarano la dose con questo platter, che vede un assestamento nella line up, dove figura adesso, dietro le pelli, Fredrik Andersson, già negli Amon Amarth, a portare qualità e potenza in tutto il lavoro grazie ai suoi skill fuori dal comune. La storia dei Netherbird è alquanto contorta, per via dei numerosi cambi di formazione che si sono susseguiti dal 2004 a oggi, con i soli Nephente e Bizmark appartenenti alla formazione originale a comandare lo squadrone della morte. Nati come trio per poi divenire un quintetto, le bestie di Stoccolma oggi sembrano aver trovato la quadratura del cerchio grazie ai nuovi innesti, che hanno portato una gran freschezza nelle composizioni, tanto che ogni singolo pezzo che compone i quaranta minuti scarsi di “Into The Vast Uncharted” suona potente e ispirato. Come da tradizione il disco propone quello che può essere definito un ibrido tra black/death metal melodico di scuola svedese, con lo spirito di Jon Nödtveidt che riempie di sé i solchi del platter, tanto sono forti i richiami ai Dissection, fonte di ispirazione per questi ragazzi che sfiora l’idolatria. Nulla di nuovo pertanto: chi cerca innovazione stia lontano da questo disco che è invece pregno di quelle melodie oscure e visionarie che imperversavano nella seconda metà degli anni novanta. A differenza dei precedenti quattro lavori, qui si palesa maggiormente la qualità tecnica dei musicisti e in particolare è da sottolineare il lavoro mostruoso dietro le pelli del nuovo entrato, che pesta come una piovra la sua batteria, senza lesinare virtuosismi e lasciando da parte spesso e volentieri la linearità in favore di soluzioni davvero pregevoli. Pazzesco pure il lavoro delle due asce che tessono riff affilati, svariando dal classico tremolo picking ai più rocciosi power chord, senza mai tralasciare la melodia. Gli inserti acustici sono da applausi ed ogni singolo assolo è un vero e proprio valore aggiunto a ognuno dei sette pezzi contenuti nel disco. Non possiamo esimerci neppure dall’encomiare la prova dietro il microfono di Nephente, che regala una performance sopra la media, grazie al suo timbro harsh, graffiato, mai acuto, ma sofferente e drammatico, che viene modulato egregiamente in tutte le parti del disco, riuscendo ad avere così una gamma espressiva notevole pur senza clean vocals. A coronamento di una prestazione tecnica simile vi è una produzione davvero enorme. Grazie al mix finale ogni strumento è splendidamente catturato nella sua gloria individuale. Il suono della batteria suona come il ruggito del fuoco di artiglieria che ti piove in testa. Il basso non è sepolto sotto le vocals ma si sentono le sue fondamentali pulsioni, come il battito del cuore di una bestia feroce ma il lavoro fatto con le chitarre è ciò che più risalta: riff in costante evoluzione e mutazione si fondono tra di loro, tra un attacco frontale e un momento riflessivo, e vanno a formare un muro invalicabile spesso metri e metri. “Saturnine Ancestry” apre le danze in maniera eccelsa, e già dalle prime note la costante e ingombrante presenza dei Dissection si fa sentire prepotentemente, per quello che risulterà essere uno dei pezzi più belli e completi del disco, vero e proprio biglietto da visita per un Andersson che dietro le pelli non si risparmia neppure per un secondo. Pure le chitarre tessono costanti melodie sui riff principali, rendendo questa traccia una heavy metal song con una velocità da arresto immediato.

“Harvest The Stars”, posta saggiamente in seconda posizione, rallenta la corsa della band grazie al suo marziale ed oscuro mid tempo dalle melodie strazianti, con un Nephente che pare recitare una preghiera di perdono a qualche divinità diabolica e sconosciuta, e ci concede un solo di chitarra davvero ben riuscito e dannatamente drammatico. Pezzi come “Lunar Pendulum” sono di quelli che non vengono scritti da tutti, ma solo da chi, come i Netherbird, è totalmente dedito a un genere che regala ancora tante sorprese e sfaccettature. La sua portata drammatica e sinistra cresce con il progredire del brano, soprattutto grazie al mostruoso lavoro delle chitarre in fase di costruzione melodica e di riffing (il ritornello è da oscar) e nelle aperture solistiche, a volte addirittura vicine a certo power heavy. L’accattivante “Eventide Evangel” rappresenta il capitolo più sperimentale del disco: un inizio che ricorda i migliori In Flames, con un arpeggio acustico ed etereo che lentamente si evolve in un autentico inno alla sofferenza, grazie all’interpretazione sofferta e straziante di Nephente e al guitarwork intriso di melodia di Tobias. Degna di nota è anche la mini suite di nove minuti “Mercury Skies”, dove la band mette insieme tutto il suo bagaglio tecnico e compositivo per creare una gemma nera di rara bellezza.

L’inizio in tremolo, seguito dall’attacco frontale del drumming cinico ed ispiratissimo di Andersson, lascia spazio a sfuriate propriamente black, con continui cambi di tempo tra atmosfere inquietanti, un break acustico centrale ben riuscito e un guitar solo classico a accattivante. Oggi più che mai i Netherbird mostrano un equilibrio e un affiatamento “formato band” come mai nella loro carriera e ciò giova alla riuscita del disco, che effettivamente può essere definito come quello più completo e ragionato del gruppo in quanto a songwriting, maturità e visione d’insieme. “Into The Vast Uncharted” rappresenta nel 2019 uno dei fiori all’occhiello del black/death metal melodico nella sua più ampia accezione. L’eccezionale guitar work, vero focus di tutto il disco, accompagnato da un drumming mostruoso e da un Nephente in stato di grazia (il tutto avvalorato da una produzione al limite della perfezione) rendono i Netherbird pronti al salto di qualità definitivo, con la possibilità di approcciarsi a un mercato ancora più ampio, a condizione che non snaturino la loro brutale potenza in favore di un approccio più mainstream e che cerchino magari di osare un po’ di più e di trovare qualche soluzione compositiva differente per poter arricchire la loro proposta. I Netherbird sono riusciti comunque a confezionare un disco di impatto, fruibile grazie alla sua non eccessiva durata, melodico ma brutale allo stesso tempo, che soddisferà i palati dei fans del blackened death melodico.