Hvile I Kaos – Black Mourning, Winter Green

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Non si può certamente negare che Hvile I Kaos (norvegese per “riposa nel caos”) sia un progetto particolare e fuori dagli schemi. La one man band statunitense propone infatti quello che lo stesso mastermind e polistrumentista Chris “Kakophonix” Brown (già in Abigail Williams e Wolvhammer) definisce “black ritual chamber music”, ovvero un anomalo punto di incontro tra due mondi (forse solo apparentemente) agli antipodi, ovvero quello della musica da camera e quello a noi decisamente più familiare del black metal. Ciò che il nostro amico originario dell’assolata California intende realizzare è una sorta di rituale musicale che si dipana attraverso tre canzoni (la conclusiva outro sussurrata è niente più che una chiosa finale che poco o nulla aggiunge al discorso sviluppato nel resto del disco), o piuttosto movimenti, nei quali le strutture tipiche del black metal (con tanto di assoli!), e almeno potenzialmente anche le classiche atmosfere di questo genere musicale, vengono ricostruite  con l’esclusivo ausilio di strumenti tipici della musica da camera, tra i quali il violino, la chitarra acustica e soprattutto il contrabbasso, che assume spesso e volentieri il ruolo di protagonista assoluto nell’economia generale di questo debutto sulla lunga distanza che risponde al nome di “Black Mountain, Winter Green”.

Già dalla breve descrizione che precede potrete facilmente intuire come quello che abbiamo tra le mani sia un lavoro di non semplice assimilazione, andando a sfidare la convenzione regina per cui il metal, e il rock più in generale, in estrema sintesi si suona con chitarra, basso e batteria, salvo qualche sporadica contaminazione (e sì, lo so che ci sono le tastiere, che c’è l’elettronica, che ci sono gli strumenti folk e quant’altro, ma era per far comprendere il concetto, anche a costo di generalizzare). E qui non si tratta di un accompagnamento orchestrale su una base metal.

La domanda quindi sorge piuttosto spontanea: è riuscito il nostro eroe nel suo intento? La risposta probabilmente varierà a seconda di quelle che possono essere le vostre aspettative iniziali. Il disco è interamente strumentale (non l’avevo detto?) e già questo potrebbe costituire un ostacolo per alcuni. Ha un andamento ombroso e crepuscolare perché il suono del contrabbasso, così profondo e pieno di riverberi, è senz’altro adatto a dare corpo ad un che di ossessivo e ultraterreno, una base morbosa sulla quale lasciarsi trasportare in un viaggio meditativo, tra sogni che molto spesso ed inaspettatamente si trasformano in incubi inquietanti. Il disco è tecnicamente indiscutibile e non si può mettere in dubbio la perizia di Brown e degli altri musicisti coinvolti in veste di session members.

Il peccato originale di questa release, se così si può dire, a mio modesto avviso risiede nella pretesa di voler suonare metal, e black metal più nello specifico, con strumenti classici, con tutti i limiti che ciò comprensibilmente può comportare e che in effetti comporta, quando invece, sempre a mio modesto avviso, una strada percorribile e molto più interessante sarebbe stata quella di abbandonare il metal e proporre musica neoclassica o da camera carica di atmosfere oscure e tematiche affini al black metal (un po’ come fecero i primi Elend ad esempio, quelli del seminale e ai tempi assolutamente sorprendente “Leçons Des Ténèbres”). Mi sono spiegato? Probabilmente no. E allora il consiglio che vi do è quello di dare comunque un ascolto a questo “Black Mourning, Winter Green” per farvi da soli un’idea, specialmente se volete vivere un’esperienza musicale sicuramente bizzarra e fuori dagli schemi.