Goats Of Doom – Tie On Hänen Omilleen

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“Tie On Hänen Omilleen” segna il ritorno della cult band finlandese Goats Of Doom e lo fa alla grandissima. Giunta al non trascurabile traguardo del quinto full length, la parabola della band di Nivala appare ascendente come non mai, e se con il precedente “Rukous” si poteva intravedere un trascurabile calo di ispirazione rispetto a “Alla Kirkkaimman Tähden”, che univa sferzate black a più canonici e ariosi intermezzi epic ed heavy, in questa nuova fatica le bestie di satana si spingono oltre e tirano fuori trentacinque minuti divisi in sette versetti satanici di puro black metal di sopraffina scuola finlandese, pregno di odio e misantropia ma ricco di feeling e attitudine pagana, con una smisurata quantità di melodia, che nel suo predecessore a tratti latitava. Segno che nei tredici mesi dalla pubblicazione del disco precedente le idee sono state messe in ordine e le spade sono state affilate più che mai: l’album è un insieme composito di atmosfere guerrafondaie e più festaiole, che non risulta mai caotico o forzato, a dimostrazione che la classe di questa band va oltre la media. La cosa che più balza alle orecchie dopo i primi ascolti è proprio la semplicità.

Non ci sono tecnicismi fini a sé stessi, cambi di tempo da arresto cardiaco o elementi che richiedano concentrazione per poter essere assimilati, ma solo bordate di metallo dirette in faccia come colpi di mazza chiodata sferrati da un energumeno alto due metri, tutto muscoli e ignoranza. La band sa il fatto suo ma non ha interesse a strafare. Ciò che questo disco contiene è pura energia maligna che si esprime attraverso tempi sostenuti, un ottimo scream, sporadicamente alternato a clean vocals, e il riffing arioso e melodico tessuto dalla sei corde senza un attimo di tregua.

Dalla battaglia alla locanda, dicevamo qui sopra, perché il contrasto tra un pezzo e l’altro è evidente. Si passa dall’opener “Mustan Unen Äiti”, canzone composta su un up tempo melodico e festaiolo, alla seguente e più complessa “Kuolonkorjaaja”, più marcatamente black di tipica scuola finlandese che, grazie alla brutalità alternata a rallentamenti di matrice folk, ci mostra di che pasta sono fatti i nostri dipinti beniamini, nonostante risulti il pezzo più canonico del lotto.

Così come la seguente “Sinne Mihin Valheet Ei Yllä”, avvalorata da un lavoro mostruoso alle chitarre, che reggono da sole tutta la song, in un costante confronto tra rabbia e innocenza. Un saliscendi empatico che trova il partner ideale nella quarta song, altro capitolo completo per quanto riguarda il repertorio dei Goats Of Doom, comprensivo di brutalità, disperazione misantropica e drammatica epicità, che la band centellina in maniera minuziosa.

Da sottolineare il lavoro monstre di tutti i componenti della band, nessuno escluso, a partire dal cantato, con l’eccellente alternarsi tra scream acuti e parti più canonicamente harsh al limite del growl, che riescono a enfatizzare i cambi umorali ed emozionali all’interno di ogni song, donando dinamismo pure ai pezzi più ortodossi e classicamente black. Il guitar work non presenta particolari virtuosismi ma il riffing incessante e la costante alternanza tra tremolo e parti più cadenzate giovano alla freschezza del disco, facendo sì che ogni brano abbia la sua personalità. Ne sono un esempio “Veren Veljeskunta”, forse l’episodio più melodico di tutto il lotto, abbellito da sprazzi in clean, e la seguente title track, nella quale epic, black, folk ma anche tanto classic metal tradizionale si intrecciano diventando un tutt’uno, tra cavalcate maideniane e blast canonicamente old school.

Insomma ce n’è davvero per tutti i gusti, a sottolineare la maturità raggiunta da questa band. La stessa produzione del disco, pur ribadendone la natura underground, è ben definita, dando la possibilità all’ascoltatore di apprezzare tutti i melody e i fraseggi di chitarra presenti in ogni pezzo. La voce non risulta invadente e non copre gli strumenti, tutti ben mixati, nonostante i toni acuti che in alcune parti avrebbero potuto creare confusione. Con “Aamen” si conclude questo lavoro davvero ben riuscito che, da una parte, risulta una piccola sorpresa rispetto al precedente “Rukous” ma, dall’altra, conferma i Goats Of Doom tra le bands di punta dell’attuale scena black finlandese.