Grylle – Les Grandes Compagnies

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Quando si parla di “medieval black metal” (etichetta che venne utilizzata da qualcuno anche a proposito dei primi lavori dei Satyricon) generalmente si pensa a contaminazioni folk più o meno marcate o a liriche legate ad avvenimenti storici, meglio se guerre e pestilenze (quanti dischi metal hanno un concept incentrato sulla peste?), o al vastissimo bagaglio di leggende e superstizioni del periodo, inesauribile fonte di ispirazione per i testi di centinaia di gruppi. I francesi Grylle hanno pensato di attribuire un senso più letterale alla definizione in questione, tenendo ferma la sezione ritmica tradizionale ma eliminando completamente ogni suono distorto delle chitarre, sostituito dall’uso esclusivo di strumenti popolari acustici, medievali ma anche rinascimentali. La band capitanata dal leader Hyvermor (personaggio piuttosto attivo nella scena underground d’oltralpe, impegnato, tra gli altri, in Hanternoz, Véhémence e Régiment) aveva già proposto un assaggio di questa variazione, indubbiamente originale rispetto ai più consueti canoni del metallo nero, fin dalla demo d’esordio del 2014 “Monstres Et Merveilles” e poi nella successiva demo “Les Nuits Sur Les Monts” dell’anno dopo, lavori che lasciavano intravedere la peculiarità della musica dei nostri ma che soffrivano di scarsa coesione e di una registrazione a dir poco deficitaria. È quindi con questo primo full length, che risponde al nome di “Les Grandes Compagnies” e che vede la luce in formato doppio vinile sotto l’egida della connazionale Antiq Records, etichetta che si occupa della promozione soprattutto di realtà francesi, che possiamo farci un’idea più precisa dell’approccio stilistico dei Grylle, finalmente supportato da una produzione degna di questo nome.

Un approccio che risulta molto meno strano od esotico di quanto si potrebbe pensare in prima battuta, vuoi perché l’utilizzo di strumenti della tradizione popolare non costituisce affatto una novità assoluta in ambito black, vuoi perché il suono del flauto, del salterio, dello liuto, del cromormo, della viola, del mandolino e dei vari tipi di ottoni utilizzati si sposa molto bene sia con quello del basso e della batteria sia con il cantato in screaming particolarmente folle ed esasperato. Il disco è di lunga durata (circa un’ora e un quarto) ma scorre senza eccessiva pesantezza in quanto Hyvermor e compagni si dimostrano molto abili nel costruire pezzi vari, dinamici e ben equilibrati che hanno, ovviamente, uno spiccato piglio folk ma che non si allontanano mai troppo dalle più consuete atmosfere oscure e mortifere.

Infatti, salvo qualche sporadica eccezione (ad esempio la più festaiola “Quand Je Bois Du Vin Clairet”), l’elemento folk nei Grylle non è praticamente mai sinonimo di allegra ebrezza da osteria, come avviene nel caso di diversi altri gruppi appartenenti al medesimo filone, anzi sono proprio gli strumenti tradizionali, suonati insieme con rabbia e furore ma anche con innegabile perizia tecnica, a veicolare emozioni negative, in uno spettro piuttosto variegato che va dalla malinconia a sfumature più epicheggianti. Musicalmente i Grylle restano abbastanza a sé ma nei momenti più crudi e quando si lasciano andare a invettive furiose potrebbero essere accostati ai connazionali Peste Noire, così come agli In Extremo nei passaggi più potenti e carichi di veemenza.

A livello di immaginario evocato l’ascolto di questo disco mi ha portato alla mente diverse sequenze de “Il Settimo Sigillo”, capolavoro di Ingmar Bergman del 1957, ambientato proprio nel medioevo, tra crociate, saltimbanchi e roghi di streghe, così come il tema della danza macabra, caro proprio all’iconografia medievale (con il quale peraltro si conclude il film citato). Al di là delle mie personali associazioni, l’aspetto grafico del disco non è secondario e si rifà, nelle immagini come nei caratteri di scrittura, ai primi processi di stampa su larga scala, in piena sintonia con il concept generale sviluppato dai nostri: segno che la band non ha voluto lasciare nulla al caso e ha curato in maniera maniacale anche gli aspetti extramusicali dell’opera. “Les Grandes Compagnies” è quindi un lavoro che merita attenzione, probabilmente non di immediata fruizione ma certamente coinvolgente e singolare, volutamente e cocciutamente anacronistico e forse più autenticamente black di moltissimi dischi in fotocopia che intasano il mercato da almeno due decenni a questa parte. Ascolto caldamente consigliato, anche a chi ha interessi, musicali e non solo, che spaziano oltre il metal.