Invocation – Attunement To Death

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Il Sud America non si risparmia mai quando è il caso di rifilare bordate di metallo nero e marcio. Così dal Cile tornano gli Invocation con il loro secondo ep (qui la recensione del precedente “The Mastery Of The Unseen”), e sono indeciso se assegnare il premio originalità al nome della band oppure al genere suonato. Come la stragrande maggioranza dei gruppi provenienti da quei paesi, anche gli Invocation ripudiano la tecnologia moderna, ignorando l’esistenza di tutto ciò che è venuto dopo il 1988, e vivono pompando nei loro vecchi walkman cassette di Sarcofago, Mutilator, Vulcano e primissimi Sepultura (quelli di “Bestial Devastation”), indossando stretti jeans sbiaditi e consumati giubbotti in pelle. I nostri, a differenza di tante altre bands contemporanee dello stesso genere, stupiscono per il balzo qualitativo rispetto alle precedenti fatiche discografiche, senza però rinunciare alla coerenza. Infatti “Attunement To Death” suona dannatamente old school, facendoci piombare indietro nel tempo di oltre trent’anni, grazie al classico rituale black/death metal becero e primitivo dai connotati selvaggi e primordiali. Ad aumentarne la credibilità ci pensa la produzione, vero fiore all’occhiello di questo ep, con suoni compatti dal retrogusto analogico, sulfurei e ovattati, mixati perfettamente senza mai rischiare che uno strumento vada in conflitto con un altro, e fungendo da ottimo collante tra le parti più tipicamente black/death e quelle rallentate che arrivano quasi ai confini del doom. Non c’è tempo per prepararsi all’attacco frontale della band, infatti la breve intro “Oppression”, che riporta un semplice respiro affannato e terrorizzato, dà subito il via a “Flying Ointments”, opener ben riuscita quanto prevedibile, un buon up tempo che si distingue soprattutto per l’incessante drumming e il riff delle strofe e varianti che risulta dannatamente ossessivo. La cosa che subito salta all’orecchio è il sound tipicamente anni ottanta che fa da contorno alla voce di Sense Of Premonition, pesantemente effettata con una forte eco che incrementa la sensazione di malessere e claustrofobia di ogni pezzo.

“Divine Transition” è un mid tempo pesante ed evocativo che, tra un’accelerazione e un rallentamento, mette in mostra il lato più pesante della band ma anche quello più selvaggio. La realtà è che la capacità dei singoli musicisti è palese e cristallina ma, come spesso accade a gruppi di questo tipo, manca quel pizzico di personalità (o sfrontatezza) per cercare di andare leggermente oltre ai canoni stilistici di appartenenza. Ciò non vuol dire che “Attunement To Death” suoni male, anzi, ma che, nonostante svariati ascolti, si perde nell’oblio, tra migliaia di altre uscite dello stesso genere. A partire da “The First Mirror”, un pezzo che suona bene ma difficilmente rimane in testa. La seguente “The Officiants” ricorda per un attimo il suono claustrofobico di “Domination”, capolavoro dei Morbid Angel, così ovattato e compresso sino al midollo, secondo a nessuno per violenza, ma anche in questo caso la traccia risulta essere piacevole e poco più. Spetta a “Secret Tongues” chiudere i giochi nel migliore modo possibile: un pezzo bello, veloce e compatto, che porta in alto la bandiera degli Invocation grazie al lavoro eccellente di batteria e il sempre presente tremolo picking.

Effettivamente trenta minuti sono pochi per un giudizio ben definito su questo trio cileno ma alcune conclusioni si possono trarre. Questa band suona un genere estremo che ha radici vintage e lo fa in maniera soddisfacente, anche se, di contro, la proposta killer di questi nostalgici rischia di essere tanto, forse troppo, omogenea alla stragrande maggioranza di band dello stesso genere. La dichiarazione di intenti è efficace ma manca quel pizzico di farina del proprio sacco per poter realmente impensierire i nemici. “Attunement To Death” si rivela un simpatico disco oltranzista, fortemente orientato agli amanti dell’old school, in pratica tutti coloro che detestano trigger e cazzate varie e amano produzioni più classicamente corpose e diaboliche. In attesa del primo full length dedichiamo comunque con piacere qualche ascolto a questa bomba al napalm.