Imago Mortis – Ossa Mortuorum E Monumentis Resurrectura

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Cito spudoratamente me stesso: “un’aura magico-esoterica che dalle parole si trasferisce alla musica (e viceversa), creando un tutt’uno inscindibile ed assolutamente affascinante, che pone questo disco nel solco della migliore tradizione del metal occulto di matrice tricolore, che fa capo ai vari Mortuary Drape, Abhor e Necromass”. Con queste parole commentavo l’uscita di “Carnicon”, precedente album dei nostrani Imago Mortis, risalente al 2014. E sono parole il cui senso è adattabile, in maniera forse ancora più pregnante, anche a questo nuovo “Ossa Mortuorum E Monumentis Resurrectura”, quarta fatica sulla lunga distanza per la band bergamasca, che esce via Drakkar Productions, etichetta francese con la quale il sodalizio è iniziato fin dalla pubblicazione di “Una Foresta Dimenticata”, full length d’esordio del 2006. Ho seguito sempre con grande interesse le uscite del gruppo capitanato dal singer e bassista Abibial, che dopo circa venticinque anni di esistenza si è ritagliato, anche grazie ad un’intensa attività dal vivo, uno spazio di tutto rispetto nel circuito underground black metal (e direi anzi metal tout court) italiano. Ed i motivi sono sostanzialmente due: da un lato, a differenza di molti colleghi, gli Imago Mortis hanno sempre centellinato le loro uscite, curando con grande attenzione sia l’aspetto lirico che la musica, in modo da offrire un prodotto artistico a tutto tondo; dall’altro, la stabilità della line up (oltre ad Abibial, il chitarrista Scighèra è nella band dal 2004 ed il batterista Axor dal 2009) ha consentito nel corso degli anni di portare avanti con costanza un percorso di crescita e consapevolezza che oggi è sotto gli occhi di tutti.

Questi elementi sono evidenti in questo loro ultimo album, che prosegue sulla linea del precedente lavoro, esaltandone le caratteristiche positive e ponendosi sopra la media delle uscite nello stesso genere. A partire dalla registrazione, presso gli ADSR di Carlo Meroni, che sottolinea in modo puntuale il suono tagliente delle chitarre e l’ottimo lavoro della sezione ritmica, specie della batteria che non si limita alle consuete mitragliate di blast beat ma in diversi passaggi risulta piuttosto fantasiosa e contribuisce a dare dinamicità a pezzi già di per sé molto ben strutturati; un suono potente che si mantiene su standard professionali e al tempo stesso esalta alla perfezione l’atmosfera sinistra, lugubre e mistica che trasuda da ogni nota dell’album. Gli Imago Mortis suonano un black metal asciutto e lineare, giocato su un riffing oscuro e dal sapore rituale, che non indulge mai in soluzioni cervellotiche o improbabili e si ancora alla tradizione (in alcuni momenti mi hanno ricordato i Satyricon dei primi tre dischi), mantenendo sempre intatto un certo piglio narrativo, che specialmente nelle ultime releases è divenuto un riconoscibile marchio di fabbrica dei nostri, insieme al peculiare uso della lingua italiana, spesso in varianti arcaiche, del latino e del dialetto bergamasco, che con il loro suono al tempo stesso duro e luttuoso si adattano perfettamente all’ugola di Abibial, il quale alterna con grande efficacia parti narrate con piglio stentoreo ad altre nel più classico screaming, con uno stile canoro-recitativo che potrà forse risultare indigesto per alcuni ma che personalmente trovo piuttosto originale, sicuramente coerente con la proposta della band ed altrettanto efficace al fine di creare il necessario coinvolgimento nell’ascoltatore.

Si diceva dell’aspetto lirico particolarmente curato: senza voler spoilerare eccessivamente ed invitando chi volesse approfondire a leggere il libretto che correda il cd, dove sono descritti con dovizia di particolari gli avvenimenti narrati, posso però dire che i testi spaziano dall’epopea dell’eresia dolciniana (di cui si parla diffusamente ne “Il Nome Della Rosa” di Umberto Eco), tragicamente soffocata nel sangue dalle gerarchie ecclesiastiche, ai processi per stregoneria nella Valcamonica del Seicento, tra misteriosi prodigi e purificazioni con il fuoco; da iniziazioni diaboliche di giovani fanciulle a ridde sabbatiche al chiaro di luna; da osceni aborti con conseguenze soprannaturali ad orribili apparizioni spettrali di eserciti furiosi. Un repertorio horror degno del miglior King Diamond, con la differenza che non si tratta di racconti fantasy ma di episodi storici legati al territorio alpino-padano, ampiamente documentati da lettere e cronache dell’epoca, che con studio certosino gli Imago Mortis ci presentano con estrema credibilità, traducendoli in brevi narrazioni liriche che ne dipingono i tratti salienti, non prive di un certo fascino poetico.

Una cura quasi maniacale quindi, che si riverbera in ogni aspetto e fa indubbiamente la differenza, unita alla capacità di comporre pezzi di grande valore, tra cui mi sento di segnalare soprattutto l’oscurissima suite “Horribile Cose Che Ne’ Boschi” e la luciferina “Pactum Est”, a mio giudizio le vette di un disco maturo e completo, senza riempitivi e senza cadute di tono, di cui consiglio senza esitazione l’ascolto e l’acquisto. Ricordandovi di legare ben stretto il cilicio sotto il vostro ruvido saio. Penitenziagite!