Malokarpatan – Krupinské Ohne

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Il ritorno sul mercato di una delle più importanti band underground slovacche non passa certamente inosservato a noi di Blackmetalistkrieg, che non ci siamo lasciati fuggire l’anteprima di questa terza fatica sulla lunga distanza per i terribili ragazzi di Bratislava.Come da prassi il terzo sigillo è quello della consacrazione, della conferma, mentre per altri è quello della svolta: per i Malokarpatan invece è una sorta di spartiacque, il voler dimostrare che la loro musica non è solo ed esclusivamente un devastante black/thrash d’impatto, ma che la band riesce a comporre brani lunghi, articolati ed epici, che poco hanno a che fare con quanto suonato in passato. Ebbene “Krupinské Ohne” è realmente il disco più ambizioso e sfaccettato che il gruppo abbia mai registrato e si distacca dalla precedente discografia sia per songwriting che per attitudine.Le precedenti uscite evidenziavano un approccio prettamente “in your face”: la band badava al sodo più che a creare atmosfere o a lasciarsi andare a sperimentalismi o a derive progressive, ma non è il caso di questa nuova, lunga e complessa fatica discografica.È proprio il chitarrista e mastermind As che spiega il perché di questa totale svolta stilistica: “Krupinské Ohne è palesemente il nostro lavoro più serio ed ambizioso e penso che ciò che mi ha parzialmente influenzato è stato il mio odio verso quelle persone superficiali che ci vedono solo come un divertimento, una sorta di rock n’roll band e non c’è niente che mi irrita più di questa falsa idea”. Tutto ciò può sembrare una sorta di rivendicazione, una dichiarazione di intenti al mondo intero: “noi sappiamo suonare”, sembra tuonare la band, e dopo aver ascoltato con molta attenzione questo platter, non si può negare che sia così. È evidente la volontà di stupire con un disco diverso, che ha influenze eterogenee che spaziano dal classico metal oscuro di Mercyful Fate, Venom , Sarcofagus e Manilla Road a quello che fu il rock progressivo degli anni settanta, con un riffing che a tratti può ricordare perfino gli iconici The Lord Weird Slough Feg.

Ascoltare questo lavoro è esattamente come aprire un vecchio libro ritrovato nella soffitta dei nonni, dopo averlo pulito dalla polvere che vi si era accumulata sopra durante gli anni. Un libro oscuro e magico, dove sin dall’inizio vige una tensione tra l’idillio sognante di un mondo pastorale ed elementi sinistri, notturni e folkloristici.Come spesso capita, i dischi di questo tipo hanno un lavoro concettuale di elevato spessore e pure in questo caso la band non si risparmia, facendo una maniacale attenzione ai dettagli e collegando logicamente e direttamente la musica agli eventi raccontati nelle liriche.“Krupinské Ohne” (tradotto “I fuochi di Krupina”) è una sorta di analisi che si occupa di eventi reali e magici che hanno avuto luogo durante il XVII secolo nella città di Krupina; una congrega di streghe operava qui e instillava paura nelle zone circostanti, finché non vennero catturate e condannate al rogo per mano della Chiesa cattolica. Rispetto alle precedenti release effettivamente si ha a che fare con mondi totalmente inesplorati da parte della band, che tuttavia mantiene il suo marchio di fabbrica, ovvero il cantato in lingua madre, contaminato da dialetti slovacchi occidentali e da parole arcaiche utilizzate da vecchi poeti locali, creando un mix eclettico e di sicura personalità che regala a queste composizioni ulteriori interesse.

Questo mistico e oscuro quadro tuttavia, nei quarantotto minuti nel quale viene minuziosamente esplorato e raccontato dai nostri, trova difficoltà nel riuscire ad esprimersi come vorrebbe, suscitando non poche perplessità. La musica che compone “Krupinské Ohne” descrive un’ambientazione epica e folkloristica che richiama un’atmosfera da festa di paese, oltre che nelle prolisse sezioni strumentali, anche nel riffing di chitarra sempre molto ispirato alla musica anni settanta e progressiva, senza tralasciare le classiche cavalcate dal sapore NWOBHM. I pezzi sono dannatamente lunghi e fin dall’intro strumentale dell’opener questi slovacchi mettono da parte la furia più grezza e ci trascinano in atmosfere non del tutto familiari per chi li aveva conosciuti in passato. Atmosfere alla Bathory stile “Blood On Ice” ci avvolgono mutando minuto dopo minuto, passando tra Candlemass e Mercyful Fate e i Venom più ignoranti, con guitar solos che ricordano un Dave Murray alle prime armi, alternando qua e là frammenti atmosferici che fanno arrivare questa traccia a tredici minuti di durata: il pezzo più lungo ma anche il più affascinante del lavoro. Anche se la seguente “Ze Semena Viselcuov Čarovný Koren Povstáva” non è da meno, nonostante si basi maggiormente sull’immediatezza e la semplicità di un riff settantiano tutto carica e adrenalina. I suoni sembrano d’altri tempi e circa questo argomento il buon As sottolinea come sia riuscito a tirar fuori l’anima più vintage della band: “ho usato alcuni pedali analogici che non sono riusciti a darmi quel tono inquietante e specifico che volevo, alla fine ho pensato di tornare ai vecchi pedali digitali giapponesi che la maggior parte dei “musicisti seri” odia e finalmente ho trovato la combinazione che desideravo. Volevo qualcosa come il vecchio sound alla Bathory/Venom con la strana combinazione di coro e flanger”. Se ci si domanda dove sia finito il più canonico black metal, la risposta è “Na Černém Kuoni Sme Lítali Firmamentem”: il brano più diretto e old school, intriso di up tempos e, come in ogni traccia di questo disco, spezzettato da intermezzi acustici che purtroppo fanno scemare eccessivamente la tensione. Grosso punto debole di questa terza fatica in studio è appunto la continua interruzione delle tracce in favore di stacchi strumentali che, se da una parte creano atmosfera e risultano spesso piacevoli, dall’altra sembrano corpi estranei inseriti un po’ a caso.

“Filipojakubská Noc Na Štangarígelských Skalách” è l’unica traccia che fila liscia senza interruzioni (è pure la più breve con i suoi otto minuti di durata) ma risulta anche la più anonima, mentre la conclusiva “Krupinské Ohne Poštyrikráte Teho Roku Vzplanuli” presenta elementi inusuali per la band, come parti in clean vocals, ma si tratta di un esperimento riuscito solo in parte perché questi inserti sono mal riusciti, al limite del fastidioso, e finiscono per rovinare una traccia che era iniziata nel migliore dei modi.

Conclusivamente non possiamo dire che la band con “Krupinské Ohne” non si sia spinta oltre o non abbia avuto il coraggio di sperimentare ma se, per alcuni versi, come gli intermezzi atmosferici e folkloristici uniti alla musica estrema e un sound più orientato agli anni settanta/ottanta, la scelta è stata decisamente vincente, per altri forse ci si è spinti troppo oltre, finendo per confondere l’ascoltatore con soluzioni macchinose. Questo disco è come una tavola imbandita da diversi cibi: li mangiamo tutti perché abbiamo una gran fame, ma parte di questi non c’entrano l’uno con l’altro ed altri invece hanno semplicemente una cottura sbagliata. Siamo certi che il prossimo lavoro saprà colmare queste lacune, assolutamente normali per una band che sta avendo il coraggio di esplorare nuovi mondi senza adagiarsi sulle solite formule.