The True Werwolf – Devil Crisis

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Graf Werwolf, all’anagrafe Lauri Pentillä, è un personaggio che non necessita certo di particolari presentazioni. Mente e motore dei Satanic Warmaster, uno dei gruppi più significativi ed influenti della scena black finlandese, è stato per un periodo cantante degli Horna ed è impegnato da moltissimi anni in svariati altri progetti, tra i quali vale la pena di ricordare Gestapo 666, Orlok e White Death. The True Werwolf è uno dei suoi tanti progetti solisti: attivo dal 2002, ha dato alle stampe la consueta trafila di demo, split ed ep dalla tiratura ultra limitata, nella miglior tradizione underground, all’insegna di un black metal particolarmente ruvido e caratterizzato da una registrazione da cantina assolutamente artigianale, oltre che dall’inserimento di elementi ambient e dungeon synth (come ad esempio in occasione del minimale split in compagnia dei connazionali Druadan Forest). “Devil Crisis” è il primo lavoro ufficiale sulla lunga distanza e, benché resti assolutamente fedele allo spirito e all’attittudine dei leggendari primi anni novanta, mette in evidenza fin da subito una produzione finalmente degna di questo nome che, pur mantenendo intatta una certa sporcizia di fondo, consente di evitare l’effetto cacofonia e di distinguere gli intrecci strumentali e le sfumature presenti in un disco che fa comunque della coerenza monolitica il suo punto di forza. Black metal marcio e incorrotto quindi, e questo è chiaro senza alcun dubbio fin dall’attacco dell’opener “My Journey Under The Battlemoon”, pezzo al tempo stesso malinconico e violento, perfettamente equilibrato tra melodie e passaggi più aggressivi, che rimanda proprio ad alcune cose dei Satanic Warmaster. Ed il paragone con la band principale di Graf Werwolf è quasi inevitabile e riaffiora sistematicamente durante tutto l’ascolto, anche se in questo lavoro di The True Werwolf il nostro esplora anche altri lidi sonori e lirici, lasciando emergere atmosfere leggermente diverse, perfino esteticamente raffinate, e cimentandosi in testi che spaziano dalla stregoneria medievale al vampirismo, che vanno a braccetto con le più classiche tematiche mistiche ed esoteriche.

“Thy Deviant” è una canzone che evoca un feeling quasi “astrale” attraverso un andamento assolutamente ossessivo: un paio di riff, tempi di batteria praticamente sempre identici e ripetitive linee di tastiera, eteree e siderali, ad accompagnare uno screaming stridulo e acidissimo per oltre dieci minuti di durata complessiva, ne fanno il brano decisamente più ipnotico e pesante del lotto ma anche una delle vette qualitative del disco. Anche la seguente “Spellbound” si pone sulla stessa lunghezza d’onda, mettendo però in evidenza maggiori variazioni compositive e puntando molto sul coinvolgimento emotivo dell’ascoltatore attraverso linee di chitarra in tremolo davvero glaciali e le consuete cascate di blast beats. La prima parte dell’opera, costituita dai tre lunghi pezzi iniziali, è quella più oppressiva, densa, monocromatica e asfissiante. I due brani successivi invece sono caratterizzati da un incedere epico decisamente più spiccato, grazie soprattutto ad un uso diverso delle tastiere, che nelle canzoni d’apertura si limitano a veicolare sensazioni ed atmosfere impalpabili mentre in “Chi No Namida” e “0373” (altro picco del lavoro) assumono un ruolo più strutturale e un’importanza maggiore, anche se sempre piuttosto minimali e ben lungi da qualsiasi deriva di stampo sinfonico: si tratta in realtà della rivisitazione in chiave black metal, a mio giudizio particolarmente riuscita, di colonne sonore di vecchi videogiochi della Nintendo (che gli appassionati probabilmente conosceranno: e precisamente “Bloody Tears” di Kenichi Matsubara da “Castlevania II: Simon’s Quest” ed il tema principale di “Journey To Silus”); cosa che non deve sorprendere più di tanto, considerato il forte legame che da sempre esiste tra certo black metal e i mondi fantasy evocati soprattutto dai giochi di ruolo. La seguente “The Witch Of My Heart” è un altro pezzo decisamente valido: marchiata a fuoco dal classico sound finlandese, è una canzone oscura e a suo modo romantica, furibonda e avvolgente.

La chiusura è affidata a “Magick Fire”, rasoiata di poco più di due minuti di durata, a metà strada tra Bathory, Motörhead e certo speed anni ottanta: una canzone abbastanza distante dall’atmosfera generale dell’album, che tuttavia lo chiude degnamente con una sferzata di energia quasi punk, mettendo in mostra influenze che da sempre albergano nel songwriting di Mr. Pentillä. In conclusione “Devil Crisis” è un disco che non inventa niente di nuovo in senso assoluto ma si inserisce alla grande nel solco della miglior tradizione black made in Finland, recuperandone e rivisitandone gli stilemi più classici e noti con personalità e cura per ogni dettaglio. D’altronde stiamo parlando di uno dei musicisti che più ha dato a questa scena, in termini sia qualitativi che meramente quantitativi. E insomma, come si suol dire, la classe non è acqua.