Nero Or The Fall Of Rome – Beneath The Swaying Fronds Of Elysian Fields

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Il black è uno dei generi metal che più di altri ha dato la possibilità di sfoggiare idee ed attitudini: possiamo avere tra le mani un classico disco con blast beat indiavolati e tremolo picking vorticoso o un altro fatto di sintetizzatori e suoni ancestrali e definirli entrambi “black metal”; se poi iniziassimo a citare tutti i sottogeneri correlati al black, dagli albori a oggi, potremmo passare un’intera giornata a stilare una lunga lista, con confini tra le varie definizioni talmente sottili da essere praticamente inconsistenti. In questo vastissimo panorama è un continuo proliferare di nuovi acts che cercano di esprimere la loro personalità inserendosi in questa o quella corrente e Nero Or The Fall Of Rome, oltre a essere il capolavoro del cinema muto diretto da Luigi Maggi nel lontano 1909, è anche una di queste band che popolano il mondo del black metal underground attuale. Il combo veronese nasce appena due anni fa da una costola dei veterani Riul Doamnei, per dare sfogo e libertà alla loro vena compositiva più vicina alla vecchia scuola, che spazia dalla prima alla seconda ondata del black metal, tributando omaggio a mostri sacri come Bathory e Celtic Frost ma anche a capisaldi del primordiale epic metal come Cirith Ungol e Manilla Road, senza dimenticare la violenza primitiva dei primissimi Darkthrone. L’attitudine è il punto cardine sul quale ruota “Beneath The Swaying Fronds Of Elysian Fields”, incredibile debut album della band veneta, che ci ha lasciato sbalorditi sin dai primi ascolti per la quantità e qualità di idee che è riuscita a mettere insieme in un’ora scarsa articolata in otto tracce lunghe e intricate, ricche di pathos e di un’alchimia antica. Non è un’opera semplice: non lo possiamo definire un concept album ma un intricato cammino che cerca di trasmettere la sofferenza e la solitudine dell’uomo e la sua impotenza di fronte alla morte o a qualsiasi cosa da lui incontrollabile (e considerata la pandemia in corso questo concetto casca a pennello). C’è da fare un plauso a questa band che, nonostante non inventi nulla di nuovo, riesce a portare una ventata di aria fresca semplicemente mescolando le carte e lasciando libero sfogo alle proprie idee e ispirazioni. Ascolto dopo ascolto risulta di fatto riduttivo classificare tutto ciò “doom/black metal”, come’è stato fatto dalla casa discografica nel presentare la copia promozionale, in quanto nel disco c’è molto di più. Abbiamo a che fare innanzitutto con un lavoro molto epico e fiero, dove la componente classicamente metal si trova al di sopra di tutto, con richiami che vanno dai nostrani Doomsword fino ai Joy Division più elettrici, in un connubio di epic metal dalle reminiscenze rockeggianti che fa l’occhiolino al post punk ma ammicca anche a sfumature gotiche pre-duemila. Nella musica dei Nero Or The Fall Of Rome il black metal si sfoga soprattutto a livello ideologico nel non piegarsi a nessuna regola e manifestandosi grazie all’eclettismo di questi ragazzi, che uniscono tra di loro idee diverse facendole convivere in maniera idilliaca ed esprimendo il tutto con un sound disperato e decadente.

Decadente come Roma dopo che conobbe la lucida follia dell’Imperatore Nerone, crudele despota e probabile mandante dell’incendio che ridusse in cenere la città imperiale nel 64 d.C.: la  metafora della band consiste nel contrapporre alla città, simbolo di un potere ormai in rovine e macerie incenerite, la figura dell’infame imperatore, che suonava la lira dal punto più alto del Palatino mentre la città era in fiamme, sollazzando la sua idea di distruggere qualcosa di vecchio, seppur glorioso, per dare spazio al nuovo. Un lavoro ambizioso che dall’inizio alla fine è un insieme di pezzi di non facile assimilazione, musica per palati fini che richiede tempo, pazienza ed esperienza; non un qualcosa da ascoltare in auto andando a lavoro o pensando ad altro. Questa lezione di metallo di classe parte con l’epico incedere di “The Cross Of Nero”, autentico pezzo da novanta e tra i punti più elevati di tutto il disco, che si snoda tra sonorità deprimenti passando tra sferzate più brutali e ci fa immaginare qualche antenato romano con tunica e sandali che cammina maldestramente tra i ciottoli impolverati riflettendo sulla sua attitudine nichilista. C’è spazio pure per mattonate old school che richiamano i Bathory di “Hammerheart” o gli Isengard, come nella devastante title track, ma anche per canzoni cariche di groove e pathos è fondamentale, come “Cold Bones”. Potremmo definire l’album come un’ora di musica che spazia dal 1980 al 1994 senza tralasciare nessuna lezione, come uno studente modello deve fare. La suadente ed epica “A White Crow In The Blizzard” fa da contraltare al pezzo forse più doom del disco, “Graves Above”, che può richiamare, seppur alla lontana, i Candlemass ma senza esserne un invadente imitatore seriale.

Il minimo comun denominatore è la voce di Federico, valore aggiunto canzone dopo canzone, a proprio agio nelle clean vocals così come nello scream più lacerante; riesce a stare in equilibrio tra le due tecniche di cantato senza mai apparire fuori luogo, dimostrandosi vero leader e menestrello di filastrocche che narrano la frustrazione verso una società odierna sempre più dannata, ostica ed effimera, facendo risaltare la componente emozionale oltre la mera musicalità delle composizioni. Difficile commentare un brano anziché un altro, perché in ogni singola song c’è tutto ciò che fa parte del mondo dei Nero Or The Fall Of Rome e sarebbe limitativo descriverlo a parole. Un platter interamente registrato in maniera analogica, senza alcun utilizzo di synth o diavolerie moderne, ci regala quella sensazione “live” che riporta il concetto di black metal ad attitudine oltre che a mero suono, come una “rivolta” contro tutte le produzioni finte e snaturate che tanto vanno di moda oggi. Il viaggio è lungo e tortuoso ma chi arriva alla fine, avendo ammirato i panorami che ogni angolo riserva, potrà ritenersi più che soddisfatto e impaziente di ripercorrere le stesse tappe per assaporare ulteriormente ogni passaggio. “Beneath The Swaying Fronds Of Elysian Fields” dopo svariati ascolti prende una forma ben definita ma del tutto soggettiva, fatta di sensazioni ed emozioni che spaziano dall’ancestrale al guerrafondaio; lo possiamo definire un disco di ottima musica che lascia spazio alle più disperate perversioni artistiche provenienti dalla mente dei singoli compositori; un viaggio tormentato e psichedelico che ci fa tornare indietro nel tempo bruscamente senza darci tempo di riflettere o pensare. Un ascolto non per tutti ma per chi ha voglia di mettersi in gioco, lasciando da parte pregiudizi su cosa può essere la musica e che questa riesca a trasportarci dall’altra parte in un mondo che, seppure non risulta perfetto, è comunque più simile a come lo abbiamo sempre desiderato.