Ossa Mortuorum E Monumentis Resurrectura” è l’ultimo parto degli Imago Mortis, band italiana sulle scene ormai da diverso tempo e con vari e validi dischi all’attivo. Un lavoro che mi ha positivamente impressionato per la cura certosina messa in mostra dal terzetto lombardo in ogni aspetto della propria proposta, dalla musica alle liriche, e che a mio giudizio si candida ad essere una delle migliori uscite di questo assai disgraziato (in termini etramusicali) 2020. Quale occasione migliore allora per andare ad approfondire alcuni aspetti legati al concept e all’universo della band? Diamo quindi la parola senza ulteriori indugi al leader Abibial, cantante e bassista del combo nostrano.

Parliamo del vostro ultimo album “Ossa Mortuorum e Monumentis Resurrectura”, uscito di recente, un disco nel quale ho colto una grande attenzione ad ogni dettaglio, sia lirico che musicale. Com’è stato il processo compositivo? Quali le principali differenze e somiglianze rispetto al predecessore “Carnicon”?

Prima di addentrarci del processo compositivo di “Ossa Mortuorum e Monumentis Resurrectura”, credo sia doveroso fare un passo indietro, al periodo intercorso dal precedente “Carnicon”. Con l’abbandono di un chitarrista abbiamo deciso di continuare con la formazione a tre. Le ragioni sono state diverse, ma la principale è stata quella di non alterare quell’alchimia compositiva ormai ben consolidata all’interno della band. Il primo passo è stato quello di riadattare le nostre canzoni per i live, fronte su cui siamo sempre stati molto attivi, e contemporaneamente adottare alcuni accorgimenti tecnici migliorativi. Una volta riassestati abbiamo cominciato ad elaborare le idee per il nuovo album. Solitamente il nostro percorso compositivo ha origine dalle liriche, che stendo dopo una mia fase di studio e meditazione, che illustro successivamente al resto della congregazione. Da quel momento in poi ognuno elabora dentro di sé delle emozioni che poi esprimerà sullo strumento. Nel giro di alcuni mesi abbiamo terminato le canzoni e abbiamo pianificato le registrazioni. Secondo il nostro parere le differenze con il precedente “Carnicon” possono tradursi in una maggior cura nella fase compositiva e studio delle atmosfere, in cui ha trovato anche una maggiore espressività il comparto vocale, inoltre abbiamo osato inserire strumenti acustici ed archi. Le somiglianze invece si possono riscontrare principalmente nelle tematiche e nel modo di interpretare il black metal con questo marchio d’identità alpino-padano.

Quanto è importante per gli Imago Mortis il recupero di vicende, sempre oscure, legate a miti e leggende ma anche e soprattutto alla storia del territorio bergamasco e alpino-padano?

Direi che è molto importante, se non basilare. Sono vicende che ci appartengono in quanto rappresentano la nostra heimat.

Quanto è importante invece l’aspetto legato all’esoterismo e all’occultismo?

Sono altrettanto importanti, in quanto rientrano in quelle sfere immateriali oggetto dei nostri studi. Si traducono in innumerevoli credenze e discipline che albergano ancora in quel lato oscuro delle comunità umane. Mi riferisco ai processi di divinazione, stregoneria, taumaturgia, spiritismo, sciamanesimo, medianità, medicina empirica e via dicendo.

Mi hanno particolarmente colpito “Pactum Est”, in sostanza divisa in due parti e incentrata su un misterioso sabba, e “Horribile Cose Che Ne’ Boschi”, che tratta invece il tema della caccia selvaggia, riportando anche stralci di antichi documenti. Mi vuoi accennare in maniera più approfondita alle storie dietro a questi pezzi e, più in generale, alle ricerche che avete svolto per stendere i testi dell’album?

Riguardo “Pactum Est / in Libro Diaboli”, qualche anno fa mi documentai in modo approfondito sui processi di stregoneria svoltisi in Valtellina e Valcamonica, al fine di stendere il testo del brano “Per Chi Ga Renegà La Fede” apparso su Carnicon (nota: l’archivio inquisitoriale bergamasco è andato perduto nel 1798, in quanto dato alle fiamme dai napoleonici e giacobini bergamaschi). Lessi più di 6000 pagine tra interrogatori e sentenze dal medioevo al ‘700 e fissai per bene le dinamiche e credenze sullo svolgersi dell’Oscuro Convegno. Nel 2016 vidi il film “The Witch” di Robert Eggers, che a mio parere è riuscito a rappresentare perfettamente l’iter iniziatico ad una congrega diabolica. Decisi così che prima o poi mi sarei ispirato a questo tema, ricostruendolo però in un’indefinita location alpina, e ne è uscita una saga in due parti: Pactum Est (l’iniziazione) e In Libro Diaboli (il Sabba). Riguardo gli eserciti furiosi di “Horribile Cose Che Ne’ Boschi” avevo intercettato questa vicenda anni fa tra le pagine ingiallite dei compendi seicenteschi di padre Donato Calvi, ovvero la celebre “Effemeride sagro profana di quanto di memorabile sia successo in Bergamo, sua diocese et territorio. Qualche tempo dopo ritrovai un articolo più approfondito su questa vicenda sulla rivista Altrove n.13 della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza ad opera dello studioso bergamasco Riccardo Scotti. In questi anni lo stesso ha poi realizzato un intero libro sulla vicenda in cui ha raccolto numerosi documenti dettagliati ed inediti. La vicenda degli eserciti furiosi e spettrali è un fenomeno spesso accostato alle leggende sulla caccia selvaggia, argomento largamente diffuso in bergamasca, nell’arco alpino-padano, e legato alle radici ancestrali dell’Europa. Relativamente il resto dei brani, in “Al passo con l’Eresiarca” narriamo dell’epopea dolciniana, mentre in “Nera Mistica” affrontiamo le oscure vicende seicentesche della strega misticheggiante Caterina Rossi in quel della Valcamonica. In “Finchè Morte” infine narriamo di una vecchia storia di paese che affonda le proprie radici nelle credenze sui ritornanti (revenants).

Altro riferimento importante è quello contenuto in “Al Passo Con L’Eresiarca”, relativo all’eresia dolciniana. La canzone si apre con “Penitenziagite!”, motto del movimento, con il quale Salvatore accoglie Guglielmo e Adso al loro arrivo all’abbazia ne “Il Nome Della Rosa” di Umberto Eco. Quanto questo libro e in generale la letteratura è fonte di ispirazione nella scrittura dei vostri testi?

Più che all’opera di Umberto Eco, ci siamo ispirati all’epopea dolciniana dal punto di vista prettamente storico. Ho letto diverso materiale su Fra Dolcino e la sua eresia, e mi sono concentrato nel ricostruire emozionalmente l’enigmatica figura di Longino da Bergamo, il suo luogotenente militare. Era originario di Casnigo, un paese dell’alta Valseriana, e fu lui a guidare i dolciniani in epica fuga in alta quota dal trentino al loro ultimo baluardo piemontese. Ho letto con grande attenzione il materiale raccolto dal Centro Studi Dolciniani e in particolare le ricerche dello scomparso Tavo Burat.

I pezzi restano distinti l’uno dall’altro o si tratta invece di episodi in qualche modo collegati da un unico filo conduttore?

I brani di “Ossa Mortuorum…” sono vicende a sé stanti, fatta eccezione per il rito sabbatico suddiviso in due capitoli descritto nella domanda precedente.

Quanto è importante l’uso del dialetto, che utilizzate spesso nelle vostre liriche e che è presente anche nel vostro ultimo album, così come l’italiano arcaico e il latino?

Il nostro modo di esprimerci riflette con naturalezza la nostra provenienza etnoculturale. Nel nostro quotidiano ci esprimiamo sia in dialetto che in italiano, mentre il latino lo incontriamo nella voce degli anziani, che a volte udiamo pregare nelle formule preconciliari.

Vuoi parlarmi delle collaborazioni con gli ospiti presenti sul disco, G/Ab Volgar dei Xacrestani dei Deviate Damaen, Piergiorgio Mazzocchi e Rocco Spagnuolo?

Durante la stesura di “Ossa Mortuorum…”avevamo riflettuto sulla possibilità di arricchire il nostro sound con delle particolarità e degli strumenti adatti ad enfatizzare maggiormente alcune atmosfere. Così per un brano come “…In Libro Diaboli  ”, abbiamo deciso di aggiungere uno strumento d’accompagnamento tradizionale della nostra terra, i tarlèk, ovvero delle ossa animali utilizzate come nacchere, che sono state suonate per l’occasione dall’amico etnomusicologo Piergiorgio Mazzocchi. Accanto a questo abbiamo affiancato un violino malinconico suonato da Rocco Spagnuolo, persona che Scighéra (il chitarrista, ndr) annoverava tra le sue conoscenze. Sempre lui ha suonato anche il contrabbasso che si sente nel brano “Horribile Cose Che Ne‘Boschi ” su cui si innesta perfettamente la voce narrante di G/Ab Volgar dei Xacrestani, che i più attempati ricorderanno semplicemente come Volgar dei dark romani Deviate Ladies, oggi leader dei più sperimentali Deviate Damaen. È una persona speciale, genuina e coerente che stimiamo molto, e con la quale è nata una sincera amicizia.

Com’è stata l’esperienza di registrazione presso gli A.D.S.R. di Carlo Meroni?

È stata un’ottima esperienza, siamo molto soddisfatti del risultato finale. Carlo ci ha permesso di lavorare in tutta tranquillità assecondando le nostre richieste, consigliandoci e mettendoci a disposizione tutta la sua professionalità. È grazie a lui che siamo entrati in contatto con G/Ab Volgar dei Xacrestani, in quanto milita nei suoi Deviate Damaen.

Il vostro sodalizio con la Drakkar Productions continua da diverso tempo. Immagino quindi che siate soddisfatti del lavoro svolto dall’etichetta…

Sì siamo molto soddisfatti, Drakkar Productions è una label che ha sempre mantenuto fede agli accordi presi, garantendo e supportando la nostra libertà artistica. Crediamo che le basi di questa collaborazione si fondino essenzialmente su di un rapporto di reciproco sostegno, rispetto e lealtà, e come in ogni rapporto, se vi sono queste premesse, non può essere altro che edificante e duraturo.

Dai vostri primi passi, nell’ormai lontano 1994, ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti. Come sono cambiati gli Imago Mortis? Com’è cambiato il vostro approccio al black metal e com’è cambiato il black metal? Vi sentite ancora legati ai vostri vecchi lavori e alle vostre radici musicali?

Acqua sotto i Ponti del Diavolo direi… abbiamo attraversato diverse fasi del black metal, ma sicuramente siamo rimasti integri nello spirito e attitudine. Abbiamo approfondito alcune tematiche e siamo migliorati come musicisti, aspetti che ci hanno portato gradualmente ad essere quelli che siamo oggi. Il nostro rapporto con il black metal è profondo, e conserva il principio che esso non si tratti di un semplice genere musicale, ma di un oscuro epicentro interiore in grado di indurre i predestinati a sviluppare uno stato di coscienza spiritualmente avanzato. Pensiamo che oggi la parte che interpreta il black metal semplicemente come un genere musicale sia maggioritaria rispetto a quella espressa sopra, ciò emana purtroppo una cospicua dose di superficialità verso un movimento che dovrebbe invece riscoprire maggiormente le sua vena filosofico-spirituale e non solamente un’estetica iconoclasta fine a sé stessa. Sì, siamo sempre legati al nostro operato del passato, in quanto rappresenta il nostro cammino e la nostra evoluzione, e naturalmente siamo sempre legati alle nostre radici musicali.

Ho sempre sostenuto che gli Imago Mortis possano rientrare a pieno titolo in quella tradizione di metal occulto tricolore che vede nei Death SS gli indiscussi iniziatori e che è proseguita e prosegue con gruppi come Abhor, Mortuary Drape, Necromass ed altri. Vi sentite in qualche modo parte di questa “scuola”, a livello musicale o concettuale? Ci sono comunque alcune bands che citereste tra le vostre principali influenze?

Sì crediamo che il filone di riferimento del nostro percorso sia legato a questo entroterra culturale di matrice occulta. Personalmente sono sempre stato un grandissimo estimatore dei Death SS e forse senza di loro non avrei fondato gli Imago Mortis e non sarei qui. Difficile ritrovare in una sola band le fonti d’ispirazione della nostra realtà, semmai possiamo individuarle in alcuni movimenti che ci hanno coinvolto sin da adolescenti, partendo dal vecchio heavy metal, con una particolare attenzione a quello intinto di materie oscure, passando dal thrash/speed metal o al doom, sino ad arrivare al vecchio black metal di matrice scandinava, ellenica e dell’est europa.

Erano previsti due eventi live per la presentazione del vostro ultimo lavoro, che ovviamente sono saltati a causa dell’emergenza sanitaria in corso, che peraltro ha colpito in modo particolarmente cruento proprio le vostre terre. Contate di recuperare queste date in futuro e comunque di riprendere l’attività live non appena possibile? Più in generale, quanto è importante la dimensione live per gli Imago Mortis e che tipo di spettacolo proponete (lo chiedo perché purtroppo non ho ancora avuto modo di vedervi all’opera sul palco…)?

Sì, ti confermo che non appena avremo occasione recupereremo le date perse a causa di questa situazione, anche se ci tocca constatare che per i prossimi mesi le cose non torneranno più come prima, la distanza sociale sarà un obbligo, quindi non riesco proprio ad immaginare come possa essere allestito un contesto live… Questo aspetto è molto importante per noi, quasi un rituale in cui riversiamo la nostra oscura energia sugli adepti. È un aspetto che si esprime in modo spontaneo, dove il palco diviene una sorta di altare su cui celebrare e narrare le nostre cupe vicende.

Ti ringrazio per il tempo che hai voluto dedicare ai nostri lettori e ti lascio concludere l’intervista come meglio credi. A te quindi le ultime parole.

Grazie a te per lo spazio concessoci ed il supporto! Ricordate solo che a volte la Morte ha il dovere di soccorrere la Vita e a volte la Vita ha il dovere di soccorrere la Morte…