Serpent Noir – Death Clan OD

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Davanti a un disco così possiamo solo inchinarci con riverenza, omaggiandolo come si deve con queste righe. “Death Clan OD” rappresenta la terza fatica sulla lunga distanza della band ateniese nonché la terza mutazione artistica del combo. Dopo i misticismi visionari del precedente “Erotomysticism”, la band questa volta si è orientata maggiormente verso quelle sonorità dannatamente oscure che trovano nella vecchia scuola terreno fertile per affondare le proprie radici. Echi del Nord Europa fanno la loro comparsa in maniera persistente, quasi come un tributo nel tributo, che si unisce all’ovazione alla madre terra Attica. Abbiamo a che fare con un disco che rappresenta un perfetto compromesso tra le varie scuole della “second wave”, integrandole con personalità e senza timori:  un lavoro che ci lascia senza parole per trentasette minuti, che scorrono via veloci tra riff taglienti come rasoi e cavalcate oscure provenienti dall’oltretomba. Il miglior disco dei Serpent Noir? Difficile dirlo in quanto il serpente, sino a questo platter, ha mutato pelle e cambiato sembianze lasciando però inalterato il suo fascino, ammiccando all’infinito dell’oscurità grazie a composizioni geniali e variopinte, che spaziando dal rosso sangue al nero pece, tralasciando qualsiasi colore che non trasudi morte ed esoterismo. Il suono dei Serpent Noir è maledetto e dannato: le chitarre leggermente ovattate sono una scelta vincente, insieme alla batteria che suona come quelle di epoche fa, grazie ai tom acuti che ricordano i primi anni novanta; un tuffo nel passato tra ulivi, colonne di templi sacri, lunghe tuniche bianche e maschere da commedia o tragedia, senza perdere di vista il presente, senza mai risultare nostalgici o ridondanti. “Death Clan OD” è il disco più breve ma pure il più intenso della discografia dei nostri, che spogliano la loro musica di tutti gli elementi presenti nel predecessore e tornano a soluzioni più scarne, primordiali ed essenziali, complice pure una produzione dai connotati analogici che esalta l’attitudine maschia di queste composizioni di altri tempi attraverso un approccio più diretto ed uniforme.

Riff cupi e scarni, quasi sinistri, accompagnati da un’interpretazione vocale di spessore da parte di Kostas, che sembra stia recitando versetti occulti ma con un’aggressività davvero sopra le righe. Nonostante questo platter si basa sull’efficienza del collaudato connubio chitarra, basso e batteria, i primi ascolti non rendono giustizia al lavoro, che necessita svariati giri sul piatto prima di poter essere assimilato e apprezzato in tutte le sue sfaccettature ed atmosfere. Il bello di questo disco è proprio il suo costante crescere ascolto dopo ascolto ed il fatto che le tracce siano strettamente collegate le une alle altre, come se si trattasse di un corpo unico, anche se parliamo di brani ben distinti. I tempi non sono mai troppo veloci, in pratica vi è totale assenza di blast beats, in favore di più canonici ma dinamici up tempos.

Intro a parte, abbiamo a che fare con sei pezzi dalla durata media di sei minuti, non eccessiva ma sufficiente per poter far esprimere alla band i suoi oscuri intenti. Di sicuro impatto l’impressionante e dirompente opener “Cutting The Umbilical Cord Of Hel “e la seguente “Hexcraft”, che ci fanno capire immediatamente cosa siano i Serpent Noir nel 2020. La prima è una vera bordata black metal di classico stampo greco, abbellita da un guitar solo drammatico che sfocia in un rallentamento e un riff luciferino che funge da vero e proprio spartiacque della song, che poi riesplode in tutta la sua cattiveria. D’altro canto “Hexcraft” è un mid tempo che si trascina pachidermico come una corazzata inespugnabile, con le malinconiche melodie della chitarra a fare la parte del leone, fino ad arrivare all’accelerazione di metà canzone e all’ultimo cambio di tempo, letteralmente di classe sopraffina. Mentre “Necrobiological Chant Of Talas” risulta essere uno dei pezzi più furiosi del platter, chi vuole addentrarsi nelle viscere della mente della band può affidarsi alla doppietta centrale “Asmodeus: The Sword Of Golachab” e “Astaroth: The Jaws Of Gha’ Agsheblah”, dove il black metal scandinavo fa più volte breccia con richiami costanti ai Gorgoroth, ai Dissection più essenziali, ai mai dimenticati Treblinka, senza però tralasciare le radici greche e gruppi come Rotting Christ della prima era o Acherontas.

Con questo disco la band ha voluto fare un riassunto di quello che può essere il black metal oggi, un balzo indietro nel tempo che non risulta ruffiano o eccessivamente nostalgico, alla riscoperta delle proprie radici ripulite dalla polvere del tempo. La band dichiara: “La nostra missione è mantenere infinito il flusso del potere dell’OD facendolo rimanere pure dopo la nostra morte fisica, trasmettendo l’antica tradizione del risveglio del Fuoco del Drago dal Tempio di Atlantide alle prossime generazioni di questo mondo, ossia quelle poche persone che lotteranno per il massimo risveglio durante la loro vita e cammineranno nel Sentiero sinistrale. Il nostro Sentiero è duro come le squame spinose, gli artigli e le corna del Drago Rosso, così come è dura la vita quotidiana e il mondo in cui viviamo adesso”. I Serpent Noir scrivono forse il loro disco musicalmente e concettualmente più maturo, ricco di particolari e sfumature, senza lasciare nulla al caso. “Death Clan OD” spicca tra le uscite del genere dal punto di vista qualitativo ed è oggi una delle migliori produzioni in campo black metal dall’inizio dell’anno.