Abhomine – Proselyte Parasite Plague

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Abhomine nasce nel 2015 come progetto solista di Pete Helmkamp e l’anno successivo dà alle stampe il full length d’esordio “Larvae Offal Swine”, autentica scheggia di crudeltà sonica senza mezzi termini. All’unico membro (voce, chitarra e basso) si è oggi aggiunto Cazz “The Black Lourde Of Crucifixion” Grant, in qualità di batterista e co-vocalist. Vi dicono qualcosa questi nomi? Beh, il primo è attualmente nei Kerasphorus e ha militato in Angelcorpse, Feldgrau, Order From Chaos e Revenge; il secondo è membro dei Crucifier e ha suonato per diversi anni nei Grand Belial’s Key. Tutte realtà piuttosto conosciute ai maniaci che si cibano quotidianamente di black/death underground nella sua forma più violenta e bestiale (ma non solo, dal momento che i gruppi citati spaziano anche in altre sonorità). Cosa aspettarsi dunque da questi due brutti ceffi? Non certamente eleganti melodie o raffinate sperimentazioni dal sapore progressivo. E infatti questo “Proselyte Parasite Plague”, secondo parto della creatura Abhomine, è un concentrato di furia distruttiva e abiezione sonora. Niente di più (e niente di meno) che un assalto all’arma bianca che colpisce al volto l’ascoltatore, travolgendolo come un treno in corsa lanciato a folle velocità.

Questo è ciò che i nostri due eroi hanno suonato in passato, ciò che suonano oggi e ciò che molto probabilmente continueranno a suonare in futuro, fregandosene altamente di ogni contaminazione e di ogni “moda” del momento (per quanto interessante possa essere) e ignorando completamente il termine “evoluzione”. È un bene? È un male? In fin dei conti la musica è buona o cattiva in senso molto soggettivo e allora perché porsi il problema in questi termini? Se siete dell’umore giusto e in cerca di emozioni negative, questo breve album farà sicuramente al caso vostro. C’è anche da dire che i due personaggi coinvolti nel progetto non sono certo gli ultimi arrivati e sanno come suonare questo genere, che bazzicano da molti anni. In particolare il riffing di Helmkamp è decisamente soffocante: riesce a diffondere un continuo alone di implacabile distruttività andando a pescare sia nell’ormai consolidata tradizione del black/death più cruento di scuola statunitense (che lui stesso ha contribuito a creare), sia in certo thrash europeo ottantiano particolarmente feroce e senza compromessi, risultando efficace anche, e direi soprattutto, nei passaggi meno frenetici e più rallentati, che chiamano in causa a più riprese alcune cose degli Incantation.

Da questo punto di vista i pezzi che ho maggiormente gradito sono le telluriche ed asfissianti “Gogamgoz” e “Saracen”. Il cantato è a vetriolo e l’ugola di Helmkamp è costantemente al limite, davvero tagliente come lama di rasoio. Dal canto suo Grant pesta sulle pelli come un indemoniato, forse senza particolare fantasia esecutiva (ma il genere non la richiede, se non in minima parte) ma con la furia di un uragano ed una precisione invidiabile. Questo è quanto, signore e signori: poco più di venti minuti di violenza e brutalità in salsa black/death, suonati con cognizione di causa. Non per palati fini.