Thecodontion – Supercontinent

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Che i Thecodontion fossero una band “strana” si era già capito fin dalla loro demo d’esordio “Thecodontia” del 2018 e dall’ep “Jurassic” pubblicato l’anno successivo. Un gruppo che fa a meno della chitarra e che con due bassi riesce a creare un inferno black/death in salsa preistorica, associandolo ad un concept che tratta di fossili e animali vissuti milioni di anni fa, descrivendo le loro fattezze, i loro comportamenti e le loro abitudini con precisione quasi scientifica? Ma dai… oltre che “strani”, anche originali. Ma il duo romano formato da G.D. e G.E.F. (già in Batrakos e Framheim) aveva in serbo qualcos’altro. Se gli esordi dell’ensemble nostrano sono caratterizzati da sonorità violentissime e sanguinarie, sulla scia di gruppi come Antediluvian, Teitanblood, Conqueror e simili, già all’indomani dell’uscita dell’ultimo ep i nostri avevano intenzione di allargare i loro orizzonti sonori, come ebbero modo di anticipare nel corso di un’ intervista concessa qualche tempo fa sulle nostre pagine virtuali: “Effettivamente sul nostro materiale futuro la nostra “forma canzone” sarà un po’ diversa, con pezzi più lunghi ed elaborati e – di conseguenza – con delle coordinate musicali diverse rispetto al passato (…) I pezzi sono decisamente più lunghi e complessi rispetto a quelli usciti finora e credo che continueremo in questa direzione, per il full abbiamo in mente una cosa abbastanza ambiziosa”. E a confermare queste dichiarazioni ecco ora questo “Supercontinent”, album di debutto via I,Voidhanger Records, etichetta che quando si tratta di pubblicare “cose strane” non è seconda a nessuno. Le caratteristiche di fondo del sound dei Thecodontion sono rimaste sostanzialmente intatte, comprese l’intransigenza, il protagonismo assoluto del basso e le influenze riconducibili a certo metal of death particolarmente feroce e primitivo, tuttavia mitigate in favore di sonorità più death oriented a tutto tondo. Quello che è cambiato radicalmente però è l’approccio complessivo: i pezzi hanno una durata media decisamente maggiore e presentano strutture molto più complesse, oltre che una maggiore varietà di riff rispetto al recente passato; l’intero album è teso alla creazione di atmosfere a loro modo magniloquenti, che costituiscono l’ideale contrappunto musicale ad un concept così grandioso, che tenta di descrivere gli inimmaginabili sconvolgimenti del pianeta Terra, squassato da immani terremoti, puntellato da immensi vulcani in perenne eruzione, attraversato da fiumi di lava, coperto da spesse coltri di vapore, fustigato da maremoti in oceani di proporzioni gigantesche, squarciato dai movimenti delle placche tettoniche che portarono alla formazione del supercontinente Pangea (e di quelli che verosimilmente lo precedettero), che si ritiene contenesse tutte le terre emerse, circondato dall’acqua della Panthalassa, che a seguito della deriva andranno a formare gli attuali continenti.

Scenari “biblici” che i Thecodontion al solito descrivono con accuratezza cattedratica e con un certo lirismo in testi che riescono sorprendentemente ad avere anche un che di poetico. La musica si potrebbe definire una sorta di death metal sperimentale che, partendo dalle influenze che hanno caratterizzato gli esordi della band, approda a sonorità addirittura progressive ma per fortuna mai eccessivamente cervellotiche, con ampi, profondi e per la maggior parte lenti giri di basso carichi di riverberi, che disegnano i gutturali lamenti del pianeta in queste epoche selvagge, con la batteria che difficilmente si lascia andare a tempi ultra veloci, prediligendo invece un percussionismo insistito e lugubre dal sapore quasi tribale, e molti assoli che costellano i brani qua e là, lasciando emergere perfino qualche tendenza velatamente più melodica. Il tutto (è bene ripeterlo) suonato solo con il basso, tranne che per un assolo di chitarra baritonale presente in “Laurasia-Gondwana”; il che come si può intuire rende particolarmente distorto e cupo il suono, del resto ben mixato al celebre Necromorbus Studio di Stoccolma. Completano il quadro quattro brevi pezzi strumentali, utilizzati come intro, outro e interludi, dedicato ciascuno a uno dei grandi oceani delle antichissime ere geologiche che precedettero quella attuale e caratterizzati da un sound più distante dal metal e più vicino invece a certo rock atmosferico d’avanguardia di matrice settantiana: piccole pause cariche di tensione, che preludono ai successivi mastodontici movimenti magmatici e comunque incastonano l’album, mettendo ulteriormente in mostra l’ampio spettro di influenze che i Thecodontion hanno inteso fare proprie.

Francamente fatico a trovare termini di paragone per questo lavoro e questo è probabilmente uno dei migliori complimenti che gli si possa fare. Personalmente all’ascolto mi sono tornati alla mente dischi come “Spheres” dei Pestilence e “Necroticism” dei Carcass, non tanto per il sound affine quanto piuttosto per il piglio sperimentale e la capacità di rileggere in modo personale un genere solitamente immobile e uguale a sé stesso come il death metal. “Supercontinent” è un disco molto bello e coraggioso, di cui consiglio senz’altro l’ascolto, nella speranza che i Thecodontion non vogliano fermarsi qui e con i prossimi lavori ci mostrino altri passi in avanti nel loro percorso evolutivo, che al momento li pone già a un livello qualitativo ben più alto di tanti altri e molto più blasonati colleghi.