666 – 666

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Per la rubrica “roba proprio vecchia che, se avete voglia, potreste anche recuperare e sarebbe anche meglio considerata la merda che c’è in giro adesso”, ecco a voi i norvegesi 666 . Sebbene l’origine della prima ondata black sia oggetto di grande controversia (perché si sa che i metallari sono incredibilmente chiaccheroni), ci sono comunque alcuni aspetti della questione abbastanza comunemente accettati. Innanzi tutto il nome che, è fuori discussione, deriva dal secondo album di quei mattacchioni dei Venom, uscito nell’ormai lontano 1982. Poi il fatto che quelle sonorità acquisirono una sfumatura decisamente più nera un paio di anni più tardi grazie all’omonimo debutto dei Bathory, una rivoluzione la cui onda lunga arriva praticamente fino ai giorni nostri. E poi ancora il fatto che nella seconda metà degli anni ottanta Euronymous e i suoi Mayhem nella fredda Norvegia fecero un gran casino, dando inizio a quella che sarà la seconda ondata degli anni novanta. Ma prima di loro, sempre in Norvegia, ci fu una band che può essere in certa misura considerata una sorta di antecedente dei Mayhem stessi e che merita un po’ di attenzione: i 666 appunto (pronuncia corretta “sax-sax-sax”), che affettuosamente battezzeremo come i nonni ubriachi del black metal norvegese. La band si forma nel 1982, anno in cui l’Italia vinceva uno strepitoso mondiale, nella città settentrionale di Tromsø ed era composta da Alf “Alfen” Krogseth alla chitarra, Knut Nilsen alla batteria, Knut Seppelæ alla chitarra, Bjørn Olav “Bønna” Helberg al basso (di lì a poco sostituito da Erik Smith-Meyer) e Tom Arne Hermansen alla voce. Vi dicono qualcosa questi nomi? No? Ovvio, ma era tutta gente che proveniva dalla scena punk locale e che in particolare aveva militato in un gruppo chiamato Norgez Bank.

Ed infatti il sound dei 666 era molto punk, con evidenti richiami a Sex Pistols e The Stooges ma altrettanto evidenti influenze provenienti dai già citati Venom e dai Motörhead (in effetti anche i 666 eseguivano spesso dal vivo la cover di “Louie Louie” dei The Kingsmen, in una versione molto simile a quella dei Motörhead stessi). Dal punto di vista prettamente musicale la band può quindi essere collocata nel grande calderone pre/proto-black metal. D’altra parte il nome ed alcuni titoli delle canzoni (ad esempio “Lucifer”) riflettevano chiaramente un elemento satanico che fino a quel momento non aveva ancora fatto capolino nella scena norvegese, mentre invece era stato in qualche modo già sdoganato altrove. Più ancora che per i temi affrontati nelle liriche, è stata la dimensione live dei 666 ad essere seminale, rappresentando una sorta di anticipazione di ciò che sarebbe venuto dopo. I nostri infatti utilizzavano fuochi, secchi di sangue ed un’enorme croce rovesciata di legno posta proprio al centro del palco: uno spettacolo teatrale che assumeva i contorni di un rituale ed alzava l’asticella del macabro e gli standard con i quali le future generazioni si sarebbero dovute confrontare (anche se noi sappiamo che, nel Belpaese, i Death SS e, negli States, Alice Cooper e Kiss facevano ben di peggio in termini di eccessi e grand guignol).

Spettacoli che a quanto pare erano caratterizzati anche da una fisicità derivata direttamente dalle radici puk della band, che spesso e volentieri invitava il pubblico a spingersi e a conquistare letteralmente il palco. La dimensione live peraltro è stata l’unica nella quale il gruppo si è espresso, in quanto i nostri non hanno mai registrato materiale in studio. Dal vivo invece arrivarono ad esibirsi perfino sulla televisione norvegese nel 1983 (potete vedere la performance qui sotto; da noi invece quell’anno c’era Vasco Rossi che cantava “Vita Spericolata” a Sanremo, fate voi…) ed il loro concerto più significativo si tenne in quello stesso anno a Harstad, al Festspillene Festival, considerato uno degli eventi musicali più importanti della regione a quel tempo. Dopo di che la band scomparve misteriosamente.

Tra il 1998 e il 2003 alcune delle infuocate esibizioni dal vivo dei 666 furono pubblicate su tre cd-r dalla sconosciuta No Noise Reduction di Dag Erik Salsten in edizione assolutamente limitata (e tu pensa che culo chi ce l’ha). Ed oggi, a restituirci questo piccolo pezzo di storia dell’underground della terra dei fiordi ci pensa l’onnipresente Nuclear War Now! Productions, etichetta statunitense che quando si tratta di ravanare nel torbido non è davvero seconda a nessuno e che ha saggiamente deciso di pubblicare alcune di quelle canzoni, registrate rigorosamente dal vivo, in un’edizione in vinile 12” finalmente degna di questo nome. Non c’è quindi molto altro da aggiungere, se non che appunto vale la pena riscoprire questo piccolo gruppo, che ebbe una fase di attività molto limitata, sapendosi però guadagnare con una manciata di canzoni la sua nota a piè di pagina nel grande e strambo libro del black metal.