Witchcrawl – World Without End

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Negli ultimi anni si sta assistendo ad una rinascita di sonorità legate all’heavy metal più classico, a quel sound che nacque in Gran Bretagna tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, riproposto con fedeltà e attitudine conservatrice, in alcuni casi estremizzato con maggiore velocità e sporcizia. Qualcuno parla di NWOTHM (new wave of traditional heavy metal): dubito che queste nuove leve possano riuscire a raccogliere i consensi ed il successo dei loro nonni musicali ma, a livello underground, il fenomeno è piuttosto rilevante e sta producendo realtà di tutto rispetto. È sicuramente il caso degli ateniesi Witchcrawl, quintetto composto da ex membri di Akrotheism e Primeval Mass, al loro ep di debutto sotto l’egida della connazionale Katoptron XI Records, sul quale spendiamo volentieri qualche parola, benché si tratti di un disco un po’ diverso da quelli di cui solitamente ci occupiamo sulle nostre pagine virtuali. Una mezz’ora scarsa di puro metallo pesante, che pesca a piene mani dai vari Angel Witch, Iron Maiden, Saxon, Riot, Griffin, ovviamente Judas Priest e simili, attraverso pezzi costruiti su una sezione ritmica rocciosa, composta da basso, batteria e chitarra ritmica, sulla quale la chitarra solista compie le sue scorribande, tra riff graffianti e cavalcate melodiche.

È tutto molto classico nella musica dei Witchcrawl, comprese le liriche a sfondo horror medievaleggiante, ma tutto funziona molto bene, grazie anche (e soprattutto) all’approccio retrò che ammanta le composizioni ed i suoni e che farà la gioia degli ascoltatori più affezionati a questo genere di sonorità. Anche il cantato può richiamare quello del Paul Di Anno dei bei tempi andati, o quello di Kevin Heybourne: una voce dura, incazzata, da ubriaco violento con improvvisi scoppi d’ira. Su queste semplici ma efficaci coordinate sono costruiti i primi tre pezzi, introdotti dall’intro “Aradia Violette”, che non è nient’altro che la lettura della condanna a morte di una strega nella Scozia del XVI secolo, con effetti sonori e fruscii di sottofondo che fanno tanto vecchio film in bianco e nero della Hammer e disegnano il mood generale del disco: “An Eye For An Eye” è potente e tesa verso territori speed; “World Without End” è un mid tempo carico di groove dai toni cupi ed ossessivi; “Cydonia Rose” è una canzone molto melodica ed accattivante, con giri di chitarra vicini ai vecchi Mercyful Fate.

La conclusiva “The Doom Of Hades” invece è un episodio un po’ diverso, in quanto vira decisamente verso lidi doom (e visto il titolo non poteva essere altrimenti), con chitarre dilatate e rallentate ed un’interpretazione vocale più impostata e teatrale che non possono non ricordare i vecchi Candlemass. La produzione è abbastanza low-fi, il che per quanto mi riguarda non è un problema insormontabile ed anzi contribuisce a creare una certa atmosfera vintage, ma oggettivamente penalizza un po’ la resa finale, rendendo il suono a tratti confuso, anche per qualche errore di mixaggio, con la chitarra e la voce che spesso sovrastano tutto il resto. Dopotutto però si tratta di un debutto (benché i musicisti coinvolti nel progetto abbiano già una certa esperienza) e di fronte ad un dischetto che suona così energetico, fresco e coinvolgente si può ben chiudere un occhio per qualche piccola imprecisione in fase di registrazione. Sono comunque decisamente più le cose buone piuttosto che i difetti e, al netto di qualche ingenuità e qualche elemento marginale da migliorare, “World Without End” è davvero un buon esordio, che fa ben sperare per quello che potrebbe essere il futuro full length. Long live heavy metal!