Black Funeral – Scourge Of Lamashtu

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Credo davvero che gli statunitensi Black Funeral non necessitino di particolari presentazioni. La creatura di Akhtya Nachtotter (all’anagrafe Michael W. Ford) infatti infesta l’underground dal lontano 1993 e con quest’ultimo “Scourge Of Lamashtu” è giunta al non trascurabile traguardo della decima fatica sulla lunga distanza. Il nostro amico, che nel tempo libero si diletta nel pubblicare opuscoli di argomento esoterico, è da sempre fiero portavoce di un black metal ultra grezzo, low-fi, dal suono gracchiante e dall’essenza criptica: un sound al quale agli esordi con i seminali “Vampyr-Throne Of The Beast” e “Empire Of Blood” si accompagnava un concept incentrato per lo più sul vampirismo, in un’accezione comunque sempre legata ai culti esoterici. Più in là, a partire grosso modo da “Az-I-Dahak” e proseguendo il discorso in altri album come “Ordog” e via via fino al più recente ep “The Dust And Darkness”, Ford ha spostato la propria attenzione sulla mitologia mesopotamica, modificando anche lievemente la proposta musicale del suo progetto, che al black metal più oltranzista ha aggiunto influenze vagamente ambient/industrial, cosa evidente ad esempio in un lavoro come “Waters Of Weeping”. Queste coordinate stilistiche restano pressoché invariate anche in questo nuovo full length, per cui chi ha amato in passato i Black Funeral potrà trovarvi motivi di interesse e chi invece li considerava praticamente inascoltabili non cambierà di certo idea.

E che per alcuni la musica dei Black Funeral possa risultare addirittura inascoltabile non deve sorprendere più di tanto, dal momento che il loro black metal ha sempre mostrato una tendenza all’estremizzazione che lo rende potenzialmente inaccessibile anche agli ascoltatori più abituati a questo genere di nefandezze sonore. Estremizzazione dei canoni stilistici del black metal più necrotico, oscuro e impenetrabile che fa bella mostra di sé anche in questo “Scourge Of Lamashtu”, il quale dal punto di vista lirico si pone sulla scia degli ultimi lavori dei Black Funeral, dedicato com’è a Lamashtu, malevolo demone femminile della mitologia mesopotamica, rappresentato con testa leonina, denti e orecchie d’asino e lunghi artigli rapaci, mentre allatta un maiale o un cane e tiene in mano dei serpenti (e potete vederla raffigurata in tutto il suo splendore in copertina), che secondo la tradizione minacciava le partorienti, tentando di rapirne i bambini per masticarne le ossa e succhiarne il sangue. C’è da dire che, rispetto ai lavori del recente passato, quest’ultima fatica dei nostri è caratterizzata da una maggiore varietà compositiva e da un’ispirazione che si mantiene piuttosto costante per tutta la durata del platter, senza particolari cadute di tono. Anzi, si può tranquillamente affermare che alcuni pezzi contenuti in questo lavoro siano tra i migliori dati alla luce (delle tenebre) dai Black Funeral negli ultimi anni.

E mi riferisco in particolare alla strisciante e nerissima doppietta iniziale formata da “Kassaptu Lemuttu” e “The Vampyric Rabisu At The Threshold”, alla veramente inquietante title track e alla nebulosa e sotterranea “Seven Udug-Hul”: canzoni dal riffing impastatissimo che non concede assolutamente nulla alla melodia, capaci però di trascinare l’ascoltatore in epoche sospese fuori dal tempo e di creare un’atmosfera trascendentale e pregna di negativo misticismo, grazie anche ai limitati ma molto efficaci squarci dark ambient, che spesso sfociano in un tribalismo di matrice mediorientale, altro tratto distintivo della musica dei Black Funeral, che ben si sposa con il concept proposto dalla band. Insomma, se cercate sorprese e un qualche tipo di evoluzione o se avete voglia di suoni potenti e levigati, siete cascati proprio male: i Black Funeral continuano ad essere un monolite di coerenza, con tutti i pregi e i difetti che questo può comportare, e a perpetuare imperterriti il trademark che, nel bene e nel male, li ha comunque resi celebri in ambito underground. Come si diceva una volta: prendere o lasciare!