Melkor – Echoes Of Solitude

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l Dio del Male è tornato. La one man band di Marco Garegnani con questo secondo demo non delude sicuramente le aspettative di chi già l’aveva apprezzato con il precedente promo risalente al 2001. Ciò che posso dire per certo è che questa release è ricca di idee personali sviluppate degnamente. Ascoltando le otto tracce vi perderete tra sonorità gelide che spaziano tra generi e stili diversi, che si sono evoluti seguendo correnti differenti ma che fondamentalmente si trovano in stretta relazione. Un lavoro dunque eterogeneo caratterizzato da tipiche atmosfere che richiamano molto l’ ambient, e sonorità black ispirate profondamente alle malate composizioni del Conte Varg. Per fortuna (o purtroppo a seconda dei punti di vista..) ci troviamo di fronte ad un lavoro che non può essere etichettato, in cui raramente sentirete un genere prevalere completamente sull’altro. A mio parere credo che questa sia una peculiarità che veramente in pochi riescono ad avere, se non forse, dopo anni di esperienza, seguendo una spontanea evoluzione musicale. Melkor non fa parte di questa categoria. Ben riuscito l’intento di amalgamare due generi che comunque sono orientati sempre di più ad una certa predisposizione che li rende appunto complici nello stesso contesto musicale. E’ senza dubbio “Foreign Land of Mine” la traccia “tributo” a Burzum, una delle poche tracce in cui possiamo apprezzare le parti vocali, ridotte complessivamente al minimo. Molti cambi di tempo sono presenti all’interno di questo lavoro, che risulta comunque lineare e compatto. Un suono non pulitissimo, ma mai più appropriato, caratterizza le logore atmosfere ricreate da riff glaciali che sostengono tempi prevalentemente lenti. In definitiva “Echoes of Solitude” è lavoro cupo, che esprime un senso assoluto di amarezza, oppressione, celati dietro una timida speranza repressa e intrappolata in una inesorabile morsa di tristezza e forzata apatia.