In Human Form – Opening Of The Eye By The Death Of The I

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È caratteristica peculiare del metal estremo in ogni sua forma travalicare i suoi stessi confini, combinando sonorità distanti ed apparentemente inconciliabili, a dispetto di un atteggiamento conservatore di fondo che viene quasi sempre (ma a torto) percepito dall’esterno. L’ennesima dimostrazione di questa connaturata tendenza al cambiamento e alla trasformazione la offrono gli In Human Form, terzetto proveniente dagli Stati Uniti (Massachussetts per la precisione), attivo dal 2006 e con alle spalle il full length di debutto (“Earthen Urn” del 2013) ed uno split in compagnia di Obsidian Tongue, Autolatry e Infera Bruo (oltre ad altre uscite minori). E come i gruppi appena citati, con i quali non a caso hanno condiviso uno split, anche i nostri hanno un approccio avanguardista e sperimentale alla materia black, che prende forma musicale e concettuale nella definizione, coniata dalla band, di “Atra Metalli Metaphysicam”, ovvero un audace connubio tra aggressivi e feroci assalti black e rock progressivo di matrice settantiana (alla King Crimson, per intenderci), con coloriture jazz-fusion a rendere il quadro ulteriormente caleidoscopico e multiforme. Una commistione ambiziosa, che in questo “Opening Of The Eye By The Death Of The I”, pubblicato in elegante edizione digipack formato A4 dalla sempre attenta I, Voidhanger Records, viene declinata attraverso tre brevi intermezzi e tre brani di lunga durata (di un quarto d’ora circa ciascuno) all’insegna di un equilibrio instabile tra furore iconoclasta, delicati e sognanti passaggi acustici, assoli e fughe chitarristiche, ben costruite melodie e squarci dal sapore mistico e arcano. Un insieme non sempre perfettamente amalgamato ma che a conti fatti risulta emotivamente vibrante e coerente (per dare un’idea, siamo più vicini ai territori esplorati dagli ultimi Abigor e dagli Enslaved piuttosto che dalle parti delle cervellotiche divagazioni ipertecniche del primo Ihshan). Il che certamente è un bene perché l’elemento black nudo e crudo non è mai definitivamente accantonato, anche se il piglio generale resta comunque molto distante dai luoghi comuni del grezzume nero e, al contrario, piuttosto “alto” e intellettuale, come del resto le liriche incentrate sulla sofferenza umana e sul mistero insondabile della vita e della morte. Temi plasticamente rappresentati dalla copertina dai toni espressionisti e psichedelici, opera di Kenny Richard, che con immagine potente e drammatica anticipa in qualche modo quello che andremo ad ascoltare una volta inserito il disco nel lettore e premuto il tasto play: un viaggio lucido e filosofico nell’oscurità degli abissi, dalla quale emergere portando con sé qualche prezioso spiraglio di luce. Consigliato a quanti non temono le sperimentazioni, anche ardite.

REVIEW OVERVIEW
Voto
70 %
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