Drudkh – Blood On Our Wells

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Dal 2003 fino ad oggi i Drudkh hanno partorito un album all’anno, e il lavoro in questione è purtroppo l’unico che possiedo e che mi ha permesso di scoprire questa valente band già attiva con altri progetti tra cui i più famosi Hate Forest. Ancora una volta la scena black metal dell’Europa dell‘Est, sempre più prolifica, ci dà modo di apprezzare una band con ottime capacità compositive, segnata da un trade mark praticamente inconfondibile che identifica chiaramente l’origine dei nostri. “Blood In Our Wells”, traduzione del titolo originale in cirillico (“Krov U Nashykh Krynytsyakh”), è un vero gioiello di malsana ed esplicita arte nera, che ci tormenta per cinquanta lunghissimi minuti, con sonorità angoscianti e malinconiche ripetute all’infinito. Ad aprire ogni pezzo un breve passaggio dal sapore folk, che rende la proposta ancora più efficace e coerente nell’ambito della propria appartenenza geografica; in questo senso la song forse più rappresentativa è la seconda “Furrows Of Gods” con i suoi arpeggi di chitarra e riff chiaramente ispirati alla tradizione popolare ucraina. Le song sono tutte caratterizzate da un minutaggio corposo che concede ampio spazio soprattutto alla musica, accompagnata sporadicamente da un cantato disperato che sembra provenire da un’era a noi lontanissima e dimenticata. I tempi, sempre molto lenti e agonizzanti, potrebbero rendere nel complesso l’ascolto piuttosto pesante a chi non ama questo genere di sonorità sconfinanti verso lidi decisamente depressive. Ogni traccia lascia dietro di sé un’impronta del suo passaggio, ogni singolo episodio esprime al meglio i temi cari alla band, devota alla propria patria e alla natura incontaminata che in essa regna. Song dal fascino induscutibile è senza dubbio la terza “When The Flame Turns To Ashes”, dai ritmi ipnotizzanti e dai riff carichi di pathos e distruttivi nella loro mesta bellezza. Un viaggio lungo e tortuoso, una testimonianza fulgida di un modo di concepire la musica oscura come fonte di sensazioni nostalgiche vissute profondamente come tante cicatrici stampate sulla superficie dell’anima. Da avere.