Skoll – Warriors Of The Misty Fields

0
622

Ennesimo progetto partorito dalla mente di M. The Bard, personaggio attivissimo nell’underground nostrano e già membro di The True Endless e Opera IX tra gli altri. Questo cd comprende due lavori risalenti a due periodi piuttosto distanti tra loro: l’ultimo mcd, prodotto dalla Aemathien Distro, che dà il titolo alla release, ed il primo demo in versione rimasterizzata “ …In The Mist I Saw…” datato 1996, quando gli Skoll erano una band a tutti gli effetti prima di trasformarsi in un solo project. Il genere proposto è facilmente intuibile già dal nome gruppo, ispirato alla mitologia nordica: le quattro tracce del mcd “Warriors of the Misty Fields” sono caratterizzate da sonorità pagan metal, nella sua forma più pura ed incontaminata, con molti echi dei leggendari Bathory e dei Graveland ma con un tocco folk decisamente più accentuato. Una produzione tutto sommato buona mette in risalto il suono di ogni singolo strumento che risulta sufficientemente limpido e mai soffocato, creando un’atmosfera maestosa ed epica, sottolineata ulteriormente da un violino carico di tristezza che pare trasportare l’ascoltatore in antichi mondi e remote epoche leggendarie. I ritmi cadenzati sono accompagnati da una parte vocale ben eseguita, caratterizzata da una voce solenne in perfetto stile pagan, alternata ad uno screaming classico ma efficace. Da segnalare la quarta traccia “In The Deep” che vede la collaborazione di Sara dei Lifend, che con la sua incantevole voce si adatta perfettamente alla proposta dei nostri aumentandone le tonalità tragiche. Le successive quattro tracce, come detto, fanno parte del demo “ …In The Mist I Saw…” . Questa release, che rappresenta l’esordio musicale degli Skoll, non risulta stilisticamente molto diversa rispetto all’ultimo lavoro, forse poco più grezza ed acerba. Le maggiori differenze sono costituite da una sessione ritmica sicuramente più sostenuta e da un uso massiccio delle tastiere, assai meno in evidenza nella prima parte del disco. Spicca per bellezza l’ultima traccia: un’intro veloce che sfocia poi in una melodia in cui il basso e le tastiere (che verso la fine riproducono le note niente meno che di “Smalltown Boy”, un pezzo pop degli anni ottanta) danno vita ad un mood tragicamente drammatico. Un lavoro valido sotto ogni punto di vista, che permette di scoprire passato e presente di una delle migliori realtà nostrane in ambito pagan folk black.