Black Funeral – Az-I-Dahak

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Nuova fatica per i Black Funeral, seminale one man band americana, nata dalla mente malata di Akhtya Nachttoter (all’anagrafe Michael Ford), attiva fin dai primi anni novanta, che torna alla carica con un platter nuovo di zecca (il precedente “Belial Arisen”, uscito poco più di un anno fa dopo un lungo periodo di silenzio, in realtà conteneva materiale assai risalente nel tempo) di marcissimo ed occulto black metal che non si discosta di una virgola dalle produzioni passate di questa vera e propria icona dell’underground più oscuro ed oltranzista. Una registrazione degna del demo più artigianale, un impasto sonoro ai limiti dell’ascoltabile e una fedeltà concettuale e stilistica assoluta ed inattaccabile ai dettami del metallo più nero: questi sono gli ingredienti della musica dei Black Funeral, prendere o lasciare. Io personalmente prendo e con sommo piacere. In un mercato sempre più invaso da gruppi con produzioni super pompate che giocano a fare i malvagi per impressionare l’adolescente di turno, è quasi commovente ascoltare un cd scritto, interpretato, suonato e vissuto come mamma Darkthrone insegna. Quaranta minuti circa di odio e misticismo gracchiante e raggelante per raccontare la saga infernale dell’antico re persiano Azi Dahaka che fece un patto con Ahriman (Satana nella tradizione occidentale), invocando e scatenando le orde demoniache dei Druj e dei Daevas. Per la verità qualche elemento di novità rispetto al passato Mister Ford ce lo regala anche: la batteria campionata dona un sapore vagamente “elettronico” ad alcuni pezzi (come l’opener o le strumentali “Awake” e “The Fallen Arise”) e un’aura misteriosa ed orientaleggiante ad altri (“Kiss Of The Serpents”). Tutto il resto è Apocalyptic Black Metal suonato da un’anima nera come la pece, grezzo e puro come un diamante nel fango, senza rinunciare alla consueta profondità delle lyrics e del concept. Coerenza e Tradizione: questi i pilastri di una band che ha fatto la storia. Un insegnamento prezioso per le nuove leve, troppo spesso attente più alla forma che alla sostanza della musica e del pensiero.