Darkthrone – Sardonic Wrath

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Recensire l’album di una leggenda vivente non è certo impresa semplice. Il rischio è quello di incensare all’inverosimile il gruppo in questione o, all’opposto, di cadere nel tranello di compiere impietosi confronti con le gloriose e comunque inarrivabili produzioni del passato. Parliamoci chiaro: i tempi di “Under a funeral moon” e “Transilvanian hunger” non torneranno più, ma i Darkthrone restano i Darkthrone e, probabilmente, tra i gruppi della scena storica norvegese sono gli unici a poter vantare di aver mantenuto inalterata una indubbia integrità musicale e attitudinale, non intaccata dalla recente apparizione di Nocturno Culto al Wacken Open Air in compagnia degli inseparabili Satyricon. L’album (l’undicesimo della lunga carriera dei Nostri) è senz’altro il migliore dai tempi di “Total death” ad oggi. Avevo molto apprezzato gli oscuri esperimenti chitarristici contenuti in “Ravishing grimness”, al confronto del quale i successivi “Plaguewielder” e “Hate them” (quest’ultimo in modo particolare) mi erano parsi eccessivamente statici e ripetitivi nella loro monoliticità. Questo “Sardonic wrath” presenta invece una maggiore varietà compositiva ed una palpabile freschezza d’ispirazione, pur restando ancorato agli stilemi classici della band, che si sostanzia in tracce che alternano riff dannatamente black metal, nel senso squisitamente ottantiano del termine, ad altri più marcatamente thrashy e chiaramente motorheadiani, ad altri ancora molto oscuri, glaciali e taglienti (emblematiche in questo senso sono “Alle gegen alle”, “Man tenket sitt” e, su tutte, la conclusiva “Rawness obsolete”, forse l’episodio più riuscito dell’intero album e della discografia dei Darkthrone da molti anni a questa parte). Si parte con un’intro, per la verità abbastanza insignificante, opera di Lrz dei Red Harvest, seguita dalla deflagrazione di “Information wants to be syndicated”, song decisamente death oriented nel suo riff portante, ma black fino all’osso nell’atmosfera malsana e inumana che riesce a creare. “Sjakk matt jesu krist” è un pezzo potente e incazzato dall’andamento thrasheggiante che non mancherà di scatenare in molti di voi uno spontaneo ed irrefrenabile headbanging! Da segnalare anche “Straightening sharks in heaven”, song dal mood oscuro e malvagio in pieno Darkthrone style, e “Sacrificing to the god of doubt”, pesantissima ma dal riff quasi “rock n roll”, nella quale possiamo apprezzare una buona prova vocale di Fenriz. Assolutamente sui generis, ma a dir poco esaltante è “Hate is the law”, pezzo thrash molto tirato, scarno, marcio e meravigliosamente old school, scritto da Fenriz, che si esibisce anche al controcanto, ed eseguito da Apollyon degli Aura Noir. Molto suggestivo il cover artwork, opera dell’italiano Lorenzo Mariani (fantastici gli angeli della morte con il face painting…) ed azzeccatissima per un prodotto di questo tipo anche la produzione, essenziale e senza fronzoli come sempre. L’album è doverosamente dedicato alla memoria di Quorthon, un personaggio alla cui musica (mi riferisco naturalmente al primo periodo dei Bathory, quello più venomiano e black oriented) i Darkthrone, come tanti altri gruppi, devono moltissimo. In definitiva un album che, pur se inferiore rispetto ai capolavori del passato, è certamente più che dignitoso, soprattutto se paragonato alle recenti uscite di altri grandi maestri del genere. I Darkthrone sono tornati, lunga vita ai Darkthrone! Una curiosità: questo dovrebbe essere l’ultimo album dei Darkthrone ad uscire per Moonfog, il prossimo uscirà per una sottoetichetta, sempre però sotto l’ala protettrice del signor Satyr.