Enthroning Silence – Unnamed Quintessence Of Grimness

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Strepitoso debutto per questo duo nostrano quest’album di puro ed incontaminato (per usare le parole del gruppo) “suicidal apocalyptic black” che vede la luce solo ora per Weltwall Production, pur essendo stato composto in un periodo che va dal 1997 al 1999 e registrato ai The Cave Studios nel 2001. La definizione del genere proposto dal combo italico è perfettamente calzante, la band, infatti, si inserisce di diritto tra le migliori nell’ambito del filone depressive non solo a livello nazionale ma anche europeo, con un sound che è un mix sapientemente bilanciato tra Xasthur, Forgotten Tomb e, naturalmente, ultimo Burzum. Questo disco, che trasuda emozioni negative da ogni solco, avrebbe benissimo potuto essere il degno successore di “Filosofem” se il Conte non avesse deciso di appendere al chiodo quelli da lui definiti “strumenti negri” per darsi all’ambient elettronico. Le songs, tutte dal minutaggio piuttosto sostenuto, sono molto simili l’una all’altra, tanto che a tratti si ha la decisa impressione di ascoltare un’unica, continua ed indistinta sinfonia mortifera che avvolge le nostre anime e le trascina nei più profondi gorghi del Maelstrom in un vortice disperato e blasfemo. I ritmi sono lenti, cadenzati, spezzati solo sporadicamente da passaggi più furiosi ed insani, i riffs sono ipnotici, circolari, ripetitivi fino alla follia: gli Enthroning Silence procedono senza fretta, creando una nebbia gelida e distruttiva che avanza ed imprigiona l’ascoltatore senza via di scampo, una nenia di morte che vi incatenerà agli inferi come gli effetti di una droga cattiva ma affascinante. Il suono delle chitarre è altissimo e disturbante, la produzione è gracchiante e malefica e riesce a dare il giusto risalto ai moniti apocalittici lanciati dalla voce straziata ed inumana (oltre che adeguatamente filtrata) del singer Alsvarth. Un grande disco che riesce a catturare l’essenza più recondita e misantropica del black metal, un sound disperato e selvaggio al tempo stesso, paragonabile a quello dello Xasthur degli esordi (prima che il buon Malefic si autoimprigionasse in formule stereotipate sempre identiche a se stesse) o a quello del debut dei tedeschi Wigrid. Lasciate che l’abominio e la morte penetrino le vostre carni e che le vostre menti siano condotte al di là dei cancelli del non ritorno: “il sale sulle mie ferite non fa più male / le vostre sporche menzogne non mi / feriscono più / sono la polvere dei vostri fallimenti / eterna trasfigurazione”.