La calata in Italia dei redivivi Dissection era un evento atteso ormai da circa dieci anni, da quel lontano 1995 in cui Jon Nodtveidt, mente e motore del gruppo, fu condannato per omicidio, mettendo così fine temporaneamente all’avventura di una band che nell’arco di due soli album (“The somberlain” del 1993 e l’insuperabile “Storm of the light’s bane appunto del 1995) seppe creare un sound unico ed inimitabile, fonte di ispirazione per decine di bands negli anni a seguire. La formula vincente dei Dissection era costituita da un mix assolutamente calibrato di incontrollata furia black e di potenza e melodia death tipicamente made in sweden, che ricreava e trasmetteva alla perfezione quel senso di gelo e quell’alone di oscurità che trapelava anche dalle cover dei loro albums. Confesso di aver atteso con grande impazienza quella che è stata ufficialmente chiamata “rebirth of Dissection”; impazienza che si è tuttavia trasformata in più di un dubbio (ahimè purtroppo in parte confermato in sede live) quando è stata rivelata la nuova line up della band, che attualmente vede Jon naturalmente alla voce e alla prima chitarra, l’italianissimo Set Teitan (Aborym, Bloodline) alla chitarra ritmica, Brice Leclerq (Nightrage) al basso e Thomas Asklund (Infernal, Dawn, Dark Funeral) alla batteria.

Ma veniamo al concerto. Arrivo al Thunderroad di Codevilla intorno alle 22,30 ed il live dei Watain, gruppo spalla dei Nostri nel lungo tour europeo della rinascita, è cominciato da poco con imprevedibile puntualità data anche l’incredibile affluenza di pubblico (più numeroso ancora rispetto alla storica prima data assoluta degli Arcturus nel nostro Paese lo scorso 04/09). La band, fresca dell’uscita dell’ultimo convincente “Casus Luciferi” e forte di una presenza scenica di tutto rispetto, ce la mette tutta e picchia duro ma nulla può di fronte agli insormontabili problemi tecnici, soprattutto alle chitarre, che le impediscono di esprimersi al meglio e che si aggravano nel corso dello show, tanto da creare qualche malumore fra i presenti i quali, dopo due-tre pezzi, cominciano ad allontanarsi dal palco concentrando la propria attenzione sulle bancarelle dei cd e sul bancone del bar piuttosto che sul gruppo, così che, dopo appena venti minuti il concerto ha termine sulle note della pur buona “Rabid death’s curse”, con i membri della band visibilmente contrariati. Ingiudicabile la prova dei Watain, funestata, come detto, da innumerevoli problemi tecnici: è l’ennesima dimostrazione di come in Italia si sia ancora ben lontani dal raggiungere quella perfezione organizzativa presente invece in altri Paesi ormai da tempo.

Dopo l’uscita di scena dei Watain cresce palpabile l’attesa per i signori incontrastati della serata; attesa che si prolunga per quasi un’ora durante la quale si respira una consapevole atmosfera da evento storico, come non mi capitava da anni. Un gigantesco boato accoglie l’apparizione dei Dissection sul palco e la band macina rabbia e potenza come un rullo compressore dall’inizio alla fine senza un attimo di tregua. Dopo l’intro “At the fathomless depths” tutti i grandi classici del passato vengono eseguiti con perfezione chirurgica e classe da vendere, dalla furiosa “Night’s blood” all’oscura “Soulreaper”, dalla gelida “Unhallowed” alla trasheggiante “Thorns of crimson death” (una delle mie favorite in assoluto), dalla superba e violentissima “Retribution-Storm of the light’s bane” alla celeberrima “Where dead angels lie”, in un crescendo che vede il pubblico partecipare alla grande e senza risparmio di energie (il pogo è stato veramente violento!) fino all’apoteosi finale di “The somberlain”. Jon è un vero animale da palco, si muove con estrema sicurezza, sprigionando rabbia da ogni sguardo, non cessa per un attimo di incitare un pubblico indiavolato che lo ripaga idolatrandolo come il vero eroe della serata (e non poteva essere altrimenti). Due sole, a mio avviso, le note negative di un concerto comunque memorabile. Innanzitutto, mentre gli altri membri del gruppo si sono resi protagonisti di una prova più che dignitosa, supportando adeguatamente gli intricati fraseggi melodici della chitarra di Jon, ho avuto l’impressione che Set Teitan fosse decisamente sotto tono, forse a causa dell’ancora scarso amalgama con il resto del gruppo: fatto sta che la sua esibizione è stata al di sotto delle mie aspettative. In secondo luogo il nuovo singolo “Maha Kali”, che sentivo per la prima volta, pur non essendo disprezzabile, mi è parso un po’ troppo distante dalle classiche sonorità che hanno reso grandi i Dissection, decisamente troppo infarcito di riff di chiara estrazione death-thrash, non mi ha convinto e spero si tratti di un episodio isolato e non della nuova direzione musicale che la band intende intraprendere nel nuovo album di prossima pubblicazione. Ma si tratta tutto sommato di piccolezze che non hanno intaccato l’enorme valore del gruppo e lo splendido ricordo di una serata storica nella quale il pubblico italiano ha potuto ritrovare e riabbracciare un protagonista assoluto della nostra musica preferita che è stato un indiscusso innovatore.