Fen – Carrion Skies

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“Carrion Skies” è il quarto album dei prog/post-black metaller Fen. “Bleaker, harder, yet at the same time more ambient” (citazione del frontman The Watcher), il nuovo lavoro del terzetto britannico colpisce nel segno come ognuno dei suoi predecessori, cesellando un altro fondamentale tassello nella carriera di quella che è, a tutti gli effetti, una delle più importanti e solide realtà di genere, a livello globale. Chi li conosce lo sa, ogni album dei Fen è contraddistinto da una particolare atmosfera di fondo, come una vibrazione, un’aura, che si irradia lungo tutto il lavoro, compresa la parte visuale, come sempre affidata a Grungyn, bassista e graphic designer. In questo senso laddove “The Malediction Fields” era basato su una palette marrone, “Epoch” virava ai toni del blu, mentre “Dustwalker” presentava un artwork composto da toni neri e grigi. Quando mi capitò di intervistare The Watcher la sua risposta in questo senso risultò chiarificatrice: “Cerchiamo sempre di inquadrare l’atmosfera generale di un album con una precisa palette di colori. “The Malediction Fields” era radicato in una terrea rabbia autunnale, mentre “Epoch” incarnava le avvolgenti, sognanti atmosfere del crepuscolo imminente. “Dustwalker” è più spettrale, freddo, tetro, ed enfatizza i contrasti netti fra luce e oscurità, ben rappresentati, a mio parere, da questo schema di colori monocromatico e contrastato”.Stando così le cose è più che lecito ipotizzare per i tempestosi cieli plumbei di “Carrion Skies” un simile discorso, questa volta dedicato ai misteriosi ed evocativi (in tutti i sensi) complessi megalitici (cfr. “Menhir – Supplicant” e la seguente “Gathering the Stones”) che punteggiano lo scarno paesaggio britannico. In un modo o nell’altro “il tema fondamentale è sempre il paesaggio naturale come metafora di esperienze spirituali. Il territorio naturale ci circonda e ci definisce, agendo inoltre come uno specchio verso la nostra interiorità” (ancora The Watcher, che ricordo completamente assorto e trasportato, in sede live, dove ho avuto occasione di conoscerlo). A livello prettamente musicale il nuovo Fen incrementa il coefficiente di complessità delle composizioni, non tanto sul piano tecnico-esecutivo, quanto piuttosto in sede di arrangiamento, con una cura certosina del dettaglio e del sound-shaping, sia nei momenti distorti che nei frangenti atmosferici. Il risultato è un lavoro estremamente solido e dotato della necessaria profondità di fondo per durare parecchio nello stereo, e nello spirito, in quanto la porzione di immediatezza sacrificata è ampiamente ripagata dalla vastità delle atmosfere e dei paesaggi sonori evocati (cfr. il dittico iniziale “Our Names Written in Embers”). In conclusione i Fen ci consegnano un’altra gemma nera di assoluto splendore, che diventa ancora più tangibilmente preziosa nella splendida versione limitata (300 copie numerate) in box di legno intarsiato a mano, con bonus cd e certificato autografo della band. Un must-have per i fan, grazie al sempre impeccabile lavoro di Code666 Records. Quale miglior compagno sonoro per l’imminente arrivo dell’inverno, con le sue lunghe, fredde notti, da riempire di pensieri, suoni, sogni ed emozioni?