Abbath – Abbath

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Abbath. Basta questo semplice nome per evocare un abbondante insieme di elementi artistici, che esulano la mera musicalità, essendo assunti a livello di vera icona culturale. Si tratta ovviamente del buon Olve Eikemo, l’Abbath Doom Occulta degli Immortal, ora impegnato col suo omonimo progetto solista, assieme al discusso/discutibile King Ov Hell al basso e al giovane batterista Kevin Foley (purtroppo già dimissionario). Il risultato è un album assolutamente solido, che si fonda sugli elementi più immediati e diretti del suo abituale songwriting, anche a livello lirico, come ben sintetizzato dall’opener “To War!”. Mantenuta dunque in secondo piano la componente più epica e narrativa à la Bathory, in stile “At The Heart Of Winter”, il buon Abbath si concentra su riffing serrato e strutture semplici ma dal sicuro impatto (“Winter Bane”, “Count The Dead”), confezionando una manciata di brani che, sebbene non innovativi, possono tranquillamente entusiasmare e divertire all’ascolto. La componente ludica è peraltro una delle caratteristiche fondamentali del progetto, se non dell’artista stesso! Infatti oltre ad aver contribuito a forgiare gli stilemi del black scandinavo insieme al sodale Demonaz, impartendo lezioni che fanno tuttora scuola (basti pensare allo stile di band come Inquisition o Tsjuder), il corpse-paint e le movenze volutamente esagerate a cui Abbath ci ha abituato, hanno creato un vero personaggio iconico (nonché, nell’epoca dominata dal web, una delle fonti più abusate per i meme). Come si evince dalla moltitudine di immagini che lo ritraggono nelle pose più assurde (non ultime le immagini promozionali di questo suo ultimo album), Abbath ha compreso ed accettato di buon grado questo ruolo caricaturale di intrattenitore, che in effetti altro non è che una tipica espressione della teatralità insita nel rock, ma sopratutto un attestato di popolarità e stima che è riuscito, caso più unico che raro nel black, a travalicare i confini del genere. Un plauso dunque non solo alle capacità artistiche atte a continuare un’importante esperienza musicale, ma anche alla lucidità e intelligenza culturale necessarie a condurre a unità tutto quanto è correlato all’essere un artista tanto emblematico, in un’epoca in costante ipertrofia di stimoli culturali e di conseguenza impietosa nel dimenticare e obliterare la propria memoria culturale. Detto questo la copertina rimane orripilante, ma comunque Hail Abbath!

REVIEW OVERVIEW
Voto
70 %
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